A COLLOQUIO CON JACOPO GIOMBOLINI

A COLLOQUIO CON JACOPO GIOMBOLINI

di Elisa Amadori

Passiamo la parola direttamente a Jacopo Giombolini sul suo romanzo “Mirò e il suo colbacco”

Quali sono gli autori per te fonte di ispirazione?

Irvine Welsh, Bukowski, Palahniuk, Tusset, Ian McEwan e molti altri. Diciamo che gli autori che mi interessano hanno quasi tutti un unico comun denominatore: sono un po’ Pulp. Ciò non toglie che sono stati, per me, molto formativi anche alcuni classici come Il Maestro e Margherita o Delitto e Castigo, Per chi suona la campana e Alice nel paese delle meraviglie. In tutto questo elenco di contemporanei e di classici che ti ho fatto, mi colpisce senz’altro una cosa: non c’è neanche un italiano. Mi sa proprio che ho la colpa di essere un po’ esterofilo.

Com’è nata la tua passione per la scrittura?

A scuola, alle elementari; a casa, o in classe, scrivevo quelli che all’epoca si chiamavano i pensierini e la maestra Dina, in classe, il giorno dopo o il giorno stesso voleva sempre leggere il mio davanti a tutti. Ne ricordo uno in cui mi si chiedeva quale fosse il mio mestiere ideale e in cui io rispondevo che mi sarebbe piaciuto tanto fare il collaudatore di materassi: essere cioè pagato per dormire tutto il giorno. Per anni mi sono limitato a scrivere cose per la scuola: sempre alle elementari pubblicavo anche il giornalino della scuola, che scrivevo con la macchina da scrivere di casa: una Olivetti Studio44 che oggi fa bella mostra di sé nella casa mia, della mia compagna Laura e di mio figlio Miro, su un’apposita mensola che abbiamo messo su apposta per lei. Dopo aver scritto i fogli A4 a macchina e averci appiccicato le fotografie, li fotocopiavo in ufficio da mio padre, li spillavo, e il giornalino era pronto: altro che photoshop! Comunque sì, per molti anni il mio essere scrittore era limitato ad un ambito scolastico. Non scrivevo cioè niente di così personale. Poi però, a sedici anni, a seguito di una delusione amorosa, scrissi un raccontino che ricordo era ambientato su un autobus. Da lì iniziai a scrivere racconti su racconti, via via più lunghi, finché uno che mi soddisfaceva particolarmente (intitolato Via Joyce) lo inviai al Campiello Giovani nel ’97 e arrivai terzo alla selezione regionale del Lazio. Non soddisfatto di questo risultato l’anno dopo mi ripresentai al Campiello Giovani, stavolta con un racconto talmente lungo che in realtà si sarebbe potuto tranquillamente definire “romanzo” (dal titolo “via Ghetaldi”) e arrivai secondo ex-aequo a livello nazionale.

Quale pensi che sia il senso dell’arte, il suo potere?

L’arte credo debba far riflettere, emozionare e far sperare in un mondo migliore in cui la gente riflette e si emoziona di più. Deve anche provocare, portare l’inconscio a un livello conscio e qualche volta mostrare l’es, la nostra parte bestiale. L’arte inoltre serve all’artista a sconfiggere la morte. Qualunque atto creativo in senso lato aiuta chi l’ha fatto a sconfiggere la morte. La morte secondo me è l’unico motivo per cui si crea. A chi mi chiede quale sia la mia principale fonte d’ispirazione rispondo sempre: la deadline, la scadenza. Non c’è niente che mi sproni di più a scrivere di sapere che entro una certa data devo consegnare un elaborato a un concorso letterario, a una testata giornalistica o a un editore. Ecco, la morte è la deadline definitiva. Nessuno di noi farebbe niente della sua vita se non fosse per quest’ultima deadline che è la morte. Io per stare tranquillo al massimo ho deciso di creare ma anche di procreare. Non essendo sicuro infatti che come scrittore verrò ricordato per almeno un paio di secoli ho fatto anche un figlio, così almeno fino al 2115 sto a posto… forse pure fino a tipo il 2152 se Miro procreerà a sua volta.

Quali consigli ti senti di dare a giovani che hanno la tua stessa passione?

Di essere onesti, perché i lettori è soprattutto questo che cercano da uno scrittore: l’onestà.

Progetti futuri?

Sto scrivendo il sequel (che però è anche un po’ prequel) di Miro e il suo colbacco, sto cercando di ottenere una borsa di studio del FUIS, che dovrebbe finanziare proprio questo progetto letterario e la settimana prossima parteciperò a una residenza per scrittori, chiamata “Polline” qui in Umbria, a Bevagna. Nel frattempo lavoro come web designer in una ditta che produce monitor industriali e cresco mio figlio. E quest’ultimo è senz’altro il progetto futuro più interessante.

 

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