ALMA E L’ALTRA, ENIGMA AL FEMMINILE

ALMA E L’ALTRA, ENIGMA AL FEMMINILE

Intervista a Martina Collu, autrice de Il vestito rosso della contessa. In vendita su Fenicebookstore

 

 

Parliamo del tuo libro: cosa racconta e quali peculiarità lo contraddistinguono.

Il vestito rosso della contessa è un noir che racconta la storia di Alma, un’italiana emigrata a Siviglia con l’illusione di lavorare finalmente nel campo dell’assistenza sociale, ma che a 35 anni è ancora una semplice “addetta” alle risorse umane affetta da una malattia genetica. Per poter sfuggire alla sua insoddisfazione si lascia coinvolgere dalle vicende che riguardano l’enigmatica contessa Frieda Von Hohenfels, la cui azienda familiare viene travolta da scandali economici e misteriose sparizioni.

Tra le due donne nasce un rapporto intenso, in quanto entrambe si trovano improvvisamente obbligate ad affrontare la perdita e a vivere un momento di profonda angoscia e incertezza. Da subito si intuiscono, si interpretano, si riflettono l’una sull’altra come una sola donna di fronte a uno specchio, ma presto anche ciò che sembra reale e tangibile assume sfumature diverse.

Quella di Alma diventa, quindi, una ricerca ossessiva della verità che si cela dietro alla figura della contessa e che ruota attorno al reale e all’irreale, mettendo a rischio la stessa salute mentale della protagonista.

Non solo thriller, lontano dal giallo inteso come poliziesco,

Quale dei tuoi personaggi ti è più caro e perché?

Alma è un personaggio complesso, ambiguo, a tratti difficile da giustificare per la sua personalità spigolosa e le scelte a dir poco irrazionali dettate da una forte passione. Non è il solito personaggio con cui si lega facilmente, o un amore a prima vista. La sua non è semplicemente una sorte avversa, una serie di catastrofi che prendono di mira uno sfortunato protagonista. No, non è il destino il responsabile dei mali che deve affrontare, ma lei stessa.

Ed è proprio la sua forte passione che la rende più persona e meno personaggio, la sua natura ostinata, un’ossessione del tutto umana per il colore proibito di un sogno.

Ambientazione, descrizioni, caratterizzazione dei personaggi: quale di questi elementi (o di altri, nel caso) costituisce la matrice più marcata della tua impronta stilistica?

Credo che la trama avvincente e il percorso psicologico dei personaggi, nonché la descrizione dettagliata di momenti e sensazioni siano alcuni dei punti di forza de Il vestito rosso della contessa, attualmente il mio unico romanzo. Inoltre, la città di Siviglia diventa un altro dei misteriosi personaggi della storia, trasformandosi da semplice ambientazione a presenza pulsante, qui ritratta nella stagione che più la caratterizza, la primavera dei riti religiosi della Semana Santa e della Feria, a cui si intrecciano misticismo e ossessione.

 La scrittura come strumento di catarsi: una verità o un abusato luogo comune?

Scrivere è per me da sempre un momento di comunione con una parte di me che non si lascia indagare facilmente e che io stessa conosco poco. Ho sempre scritto dei diari per liberarmi del peso dei miei pensieri più bui, eppure iniziare a scrivere romanzi credo sia stata la svolta, la chiave per comprendermi davvero. Analizzare le proprie esperienze e lasciarle fluire in una storia che non ha niente a che vedere con la vita privata, lasciare che l’irreale inglobi anche il più piccolo dettaglio e permettere alla finzione, quella positiva, di fungere da strumento terapeutico sono solo alcuni dei motivi per i quali si scrive. Se fosse così semplice, basterebbe scrivere sempre, ovunque, registrare il proprio vissuto e liberarsi dei pensieri in eccesso, ma la questione è più complessa. Scrivere un diario non è come scrivere un libro. Il diario è un’esperienza segreta, statica, e il più delle volte terribilmente onesta. Un romanzo, invece, è sotto gli occhi di tutti, è dinamico e cresce insieme al lettore che vi aggiunge le proprie esperienze, così come gli apprezzamenti e le critiche. È il bisogno dell’autore di riconoscersi nell’altro e si riflette nella necessità del lettore di immergersi in vicende sconosciute, reali o fittizie, perché anche la finzione può essere terribilmente onesta.

Si dice spesso che tutto è stato già scritto, e probabilmente è così. Quali peculiarità, pertanto, deve possedere un romanzo per differenziarsi all’interno del panorama editoriale italiano e dimostrare, se non unicità, una propria e spiccata originalità?

Credo che sia difficile per un romanzo cercare l’originalità in un’epoca e in un paese in cui si scrive più di quanto si legga. I classici dormono quieti nel dimenticatoio e la fonte d’ispirazione non è più il vissuto, proprio o altrui, ma il vasto mare di Internet. Non si scrive più per raccontare una storia ma per avere un posto da qualche parte. Numeri e nomi, non qualità.

Eppure, forse c’è ancora spazio per credere nel coraggio di un libro. Coraggio e sensibilità per le tematiche attuali sono caratteristiche importanti. Il romanzo è il megafono che diffonde ciò che in origine è la voce di una persona ma che con il tempo può diventare un messaggio valido per tante altre. Anche attraverso un noir, anche attraverso un thriller. Credo che in Italia vi sia la tendenza a giudicare, prima di capire, mentre un libro dovrebbe essere innanzitutto uno strumento volto a sviluppare il pensiero critico, fomentare discussioni, aprire le menti. Ciò non significa che un romanzo debba avere esclusivamente uno scopo didattico, o che una storia possieda un valore minore se non si conclude con una morale. Tuttavia, se i personaggi somigliano a me, lettore o lettrice, che sono anche un’emigrata, o magari sono affetta da una malattia rara, oppure sono stata vittima di bullismo per svariati motivi, o forse sono stata io a tormentare un mio coetaneo perché non lo capivo, perché nessuno mi ha insegnato l’empatia, allora quei personaggi dimostrano di essere a sé stanti e dotati di una propria valenza.

 

 

 

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