BULGAKOV EMERGE DAI SOTTERRANEI DELLA LUBIANKA, SEDE DEL KGB

BULGAKOV EMERGE DAI SOTTERRANEI DELLA LUBIANKA, SEDE DEL KGB

di GIANFRANCO FRANCHI

Questo libro è una matrioska. A un primo strato, è un saggio su Bulgakov scritto da un’outsider assoluta, una studiosa di popoli aborigeni artici e subartici, traduttrice dal russo, Luciana Vagge Saccorotti; a un secondo strato, è la restituzione di parte di un lavoro ciclopico di scandaglio negli archivi dei vecchi servizi segreti sovietici, dovuto a un coraggio sfrenato e a un accecante amore per la verità e per la letteratura: a questo secondo strato, “Il maestro svelato” è il trailer del lavoro di una vita di un artista russo decisamente poco noto, nel Belpaese: il poeta Vitalij Aleksandrovič Šentalinskij, classe 1939. A un terzo strato, è uno sguardo, malinconico, amaro e solidale, alle pagine superstiti dei diari, ritenuti perduti, dell’artista russo Michail Afanas’evič Bulgàkov, padre del fondamentale “Maestro e Margherita”, martire del comunismo. A un quarto strato, è un seme di autonomia di giudizio, di libertà d’espressione, di sacrosanto rifiuto della stupidità e della crudeltà dei totalitarismi.

Cosa significa? Significa che un giorno non lontano, a Dio piacendo, potremo leggere i “Diari” di Bulgakov in traduzione italiana, con una curatela d’eccezione, e quel giorno potremo apprezzarne a dovere portata, caratteristiche esclusive, limiti e peculiarità, in genere. Significa anche che un giorno potremo leggere i tre, poderosi volumi del lavoro di Šentalinskij (“Raby svobody”, cioè “Schiavi della libertà”; “Donos na Socrata”, cioè “Delazione contro Socrate”; infine “Prestuplenie bez nakazanija”, “Delitto senza castigo”) per valutarne complessità, profondità, intelligenza, unicità. Già: per adesso, a una trentina d’anni di distanza dall’inizio delle sue ricerche, l’editoria tricolore s’è premurata di solleticarci pubblicando una sintesi della sua esperienza come capo della commissione di ricerca alla Lubjanka, “I manoscritti non bruciano” (Garzanti, 1994): stop.
Significa infine che, per adesso, dobbiamo apprezzare un lavoro di sintesi parziale e provvisoria di tutte e due le fonti primarie, del Bulgakov “ritrovato” e riemerso, del Šentalinskij negletto dall’editoria e dalla cultura nostrana: e dobbiamo essere riconoscenti alla Vagge Saccorotti perché, senza questo suo “libro-groviglio” (la definizione è di Giuseppe Marcenaro), saremmo rimasti all’oscuro di tutto. Inconcepibile: abbastanza.

“Il maestro svelato” è stato pubblicato due anni fa, nel 2016, dalla piccola Gammarò Edizioni, battistrada della collana Mnemosine. Ha avuto un’ottima rassegna stampa: esemplari almeno il bel contributo di Marcenaro sul “Venerdì”, l’intervista alla Vagge di Francesco Mannoni, sulla “Sicilia”, l’intervento di Anna Zafesova sulla “Stampa”. Ho la sensazione che più di qualche critico letterario e di qualche giornalista culturale abbia sofferto “il complesso di Pandora”: c’è una quantità di notizie e di verità sconcertanti, nel lavoro di Šentalinskij, abbastanza da considerare “Il maestro svelato” della sua sodale Vagge Saccorotti una personalissima garzantina del suo lavoro su Bulgakov, ospitato in parte del secondo volume; qualcuno non ha voglia di scoperchiare quel vaso, magari per questione di vecchie convenienze e vecchissime opportunità. Si capisce, la mia è soltanto una suggestione. Eppure sarebbe salutare per capire cosa ha rappresentato la glasnost, la trasparenza: per valutare quanto diversa sia la Russia della nostra epoca dall’URSS, almeno per quanto concerne il rapporto tra gli artisti, gli intellettuali e il regime; per immaginare quanto terribili siano state le condizioni di vita degli artisti e degli scrittori, in particolare, in quel secolo di sinistra ferocia, “schiavi della libertà”, come ripete il poeta Šentalinskij, “quell’illusoria libertà mai conosciuta nella storia, che fu annunciata solennemente su una sesta parte della Terra nel ventesimo secolo”.

Nelle parole della Vagge Saccorotti, la trilogia di Šentalinskij è “Un impressionante resoconto di notizie sulle istruttorie, sui processi, vere e proprie farse orchestrate con l’astuzia e l’inganno, sulle delazioni ottenute nella maggior parte dei casi con la tortura, sulle rare e tardive riabilitazioni, sui metodi usati durante gli interrogatori […]. Nei tetri labirinti della Lubjanka è passato il fior fiore della letteratura russa del Novecento: Babel, Bulgakov, Florenskij, Pil’njak, Mandel’štam, Kljuev, Platonov, Gor’kij, il marito e la figlia della Cvetaeva, Gumilev, Kataev”: artisti unici trasformati dal regime in una strabiliante pletora di spie, sabotatori, nemici del popolo, etc.”

Bulgakov è forse il più rappresentativo – peraltro, è il più amato dalla Vagge: “ha resistito con ferrea volontà ai soprusi e alle continue minacce cui era sottoposto dai suoi pedinatori inviati dal GPU, succeduto alla Čeka, opponendo la sua incrollabile fede nella libertà e nella giustizia al crudele cinismo dei potenti di turno”, riuscendo, en passant, a dare vita a quel libro che Montale considerava “un miracolo che ognuno deve salutare con commozione”: “Il Maestro e Margherita”. Un libro che faceva piangere le dattilografe russe della rivista “Moskva”, nel 1932, costrette a tagliarlo – che umiliazione – dagli ordini del partito comunista: amavano così tanto quelle pagine che era per loro insopportabile vivisezionarle, in ossequio ai ridicoli diktat del regime. Un regime che costringeva a cancellare le parole “dolore”, “anima”, “Dio”: tre parole su tutte.

Chi andrà a cercare questo piccolo libro, questa matrioska fascinosa e profondissima, scoprirà come è stato possibile che i Diari di Bulgakov, pure bruciati dall’artista dopo il pluriennale sequestro dei servizi segreti sovietici, siano tornati alla luce; scoprirà come venivano sorvegliati e spiati gli scrittori russi invisi al regime o sospetti di simpatie liberali o zariste, e perché; scoprirà che cosa significa che Šentalinskij sia stato il primo artista russo a entrare “volontario” nella Lubjanka, trent’anni fa, per dare vita a una commissione composta – si capisce – anche da un’intelligenza scelta del KGB. Ancora: chi si ritroverà per le mani “Il maestro svelato” leggerà con quante e quali difficoltà sopravviveva, nella Russia sovietica, il povero Bulgakov; quanto e come venne sabotato e ostacolato, non soltanto nelle rappresentazioni teatrali; quali furono i suoi rapporti con Stalin, e in che senso non costituirono, in nessun senso, qualcosa di positivo per la sua carriera; che importanza finisce per rivestire “La guardia bianca” nella letteratura russa della prima metà del Novecento, e per quale ragione particolare [p. 133]; cosa significava, per Bulgakov, “scrivere con la coscienza pulita e descrivere le cose come le vedeva: da artista satirico”, e cosa rappresentava il sogno di una fuga all’estero; chi andrà a cercare “Il maestro svelato”, dovrà ricordarsi che il suo capolavoro vide la luce a Kiev soltanto nel 1989. Pietà per Bulgakov, allora, rinnovato amore per Bulgakov, davvero, sia fatta giustizia per Bulgakov, fino in fondo: sia fatta giustizia per gli artisti russi, scrivendo la storia così com’è andata: sia fatta verità e giustizia sulla storia russa. Tutta. Soprattutto quella socialista sovietica: liberticida, artisticida, omicida, genocidaria, dispotica.

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