DALLO STRANIERO AL DIVERSO: IMMAGINI DI LETTERATURA QUARNERINA

DALLO STRANIERO AL DIVERSO: IMMAGINI DI LETTERATURA QUARNERINA

Gianna Mazzieri Sanković

Cacciati dal nido. Stando alla testimonianza epistolare di Enrico Morovich
nei versi Esercizio di memoria n°3, è questo il titolo del primo compito in classe
che il professore di italiano aveva assegnato: «‘Ora sentirete il compito di Osvaldo’ /
quattordicenne Osvaldo era già / scrittore noto, sia pure per/ un pubblico scolastico.»

Osvaldo Ramous è adolescente all’epoca dell’impresa dannunziana ma riesce già ad accerchiarsi di un fedele pubblico di lettori. Un compito, diremo oggi, premonitore. Dopo alcuni decenni, lo scrittore si ritrova nuovamente a trattare il tema sentendo l’obbligo morale di registrare su carta l’esperienza vissuta in prima persona. Lo attesta nella pagina di diario del 14 settembre 19622
e lo spiega nelle lettere rivolte all’allora caporedattore della «Fiera letteraria» di Roma, Eraldo Miscia «io volevo
cogliere due momenti della sua storia: quello in cui l’italianità venne sancita politicamente, e l’altro in cui l’italianità bruscamente venne cancellata. Questi due momenti storici sono rappresentati dalla prima e dalla seconda guerra mondiale», precisando ancora «volevo fissare una testimonianza attraverso personaggi ed episodi che […] riflettono con scrupolosa fedeltà ciò che è accaduto realmente a Fiume».
Nella considerazione dell’esodo istroquarnerino del Novecento, le discipline storiche devono far tesoro dell’insieme di contributi letterari individuali che formano l’esperienza collettiva, in assenza dei quali sarebbero caduti in oblio eventi sottaciuti, volutamente dimenicati dai tanti che per decenni hanno ritenuto ‘scomodo’ l’argomento. L’abbandono della propria terra, la lacerazione delle famiglie, lo strappare l’uomo dalle proprie
radici, porta conseguenze profonde e i momenti del nuovo vissuto nascono sui ricordi,
sui rimpianti tendenti a mistificazioni. Il fenomeno dell’esodo e i mutamenti profondi
che produce, vengono vissuti anche da chi rimane in città sentendosi progressivamente
uno straniero. Tra i primi scritti che trattano la questione in chiave storiograficamente
corretta, va ricordato il lavoro di Goran Moravček, Prešućena povijest.

La letteratura coglie in origine queste esperienze, con brani nati ancor prima che le ricerche storiche si
soffermino sulle vicende. Per il loro valore testimoniale i vissuti formano un mosaico di
testi letterari, narrazioni autobiografiche, memorie e ricordi che, preziosi per ricreare
un clima sociale, politico, identitario e culturale, diventano storia condivisa.
Oggi, tra le testimonianze significative figurano due opere nate ai margini di un
discorso incentrato sull’esodo: Il cavallo di cartapesta di Osvaldo Ramous e I testimoni
muti. Le foibe, l’esodo, i pregiudizi di Diego Zandel.

Osvaldo Ramous (1905-1981) è definito da Bruno Maier lo scrittore fiumano che emblematizza la continuità della tradizione letteraria novecentesca italiana su queste terre, un poligrafo che spazia ogni genere: dalla poesia al romanzo, dalla drammaturgia al saggio, dal radiodramma al racconto.
Diego Zandel, autore di romanzi polizieschi e di romanzi storici, nato da famiglia fiumana di esuli nel campo profughi di Servigliano, conosce Fiume dai racconti di famiglia e dall’esperienza vissuta in prima persona durante le vacanze trascorse nella località quarnerina sin dal 1954.

Perché autori ai margini? Ramous, è lo scrittore che, nello svolgere una specie di biografia novecentesca di Fiume, sarà il primo ad affrontare l’esodo nel romanzo concluso nel 1967 e pubblicato appena nel 2007.
Lo fa con consapevolezza in pagine in cui esprime il proprio straniamento dalla città che gli ha dato i natali, cosciente del fatto che questa non viva che «nelle parole / mie e dei pochi che mi rassomigliano,
/ veterani di fughe mancate». La prosa del romanzo Il cavallo di cartapesta è attenta, pensata e ricercata in ogni minimo dettaglio. I tempi non sono ancora maturi e giustamente Ramous fa attenzione al detto, condisce di pochi commenti gli episodi, testimonianze tanto importanti quanto scomode.
La condizione di straniamento provata emerge nelle pagine in cui descrive coraggiosamente l’esodo, scolpita nelle nuove facce sconosciute incontrate per le calli, nell’abbandono silente delle case, nei saluti dei vicini. Strappi e abitudini che pure nell’oggettistica cercano di mantenersi aggrappati a un mondo rapidamente cancellato, epresso nei versi «ed è scomparsa / ogni testimonanza del mio vivere». All’autore il compito di registrare i fatti: I padroni della vicina osteria gli avevano portato e fatto accettare quasi a forza alcune bottiglie. «Per ricordo» avevano detto. «Ma si beva al più presto i ricordi e pensi all’avvenire. Vogliamo incontrarla in Italia». Egli salutava tutti con un arrivederci, ma ad ogni nuova partenza sentiva aumentare il vuoto intorno a sé.
Sebbene Ramous mantenga l’espressione asciutta, nella volontà di registrare la cronaca, affiorano a momenti, passi in cui si abbandona al lirismo «Se n’erano andati in silenzio, senza quasi far avvertire la loro partenza. Anche i mobili, venduti per necessità, erano stati asportati con discrezione, si sarebbe detto in punta dei piedi».
La condizione di straniero in patria viene introdotta da riflessioni epresse dal medico italiano Angelo in procinto di lasciare Fiume «Il fatto è ch’io voglio parlare la mia lingua, senza che nessuno si atteggi a darmene il consenso».
Ramous definisce il suo status di esule in patria nel descrivere i nuovi arrivi. A confronto, le migrazioni in passato non avevano la capacità di stravolgere la cittadinanza poiché le genti si adeguavano facilmente negli usi. Trattando gli arrivi di istriani, dalmati, ungheresi, austriaci e tedeschi sin dai periodi in cui Fiume godeva dei privilegi dallo straniero al diverso: immagini di letteratura quarnerina  del porto franco (1719), Ilona Fried sottolinea il fatto che «molti di loro presero ad amare la città e vi si stabilirono».

Il concetto di straniero prende corpo nel romanzo in corrispondenza con i mutamenti storici che, avvicinando nuove popolazioni a Fiume, allontanano il protagonista dalla propria soggettività mettendone in discussione
pure l’identità. La questione risulta rimarcata nel passo successivo alla descrizione dell’esodo:
Ora, camminando per le stesse vie, i rincontri erano rarissimi. Altre persone, facce sconosciute, espressioni per lui ermetiche, gli davano l’illusione di trovarsi in un ambiente nuovo e curioso. Ma l’aspetto immutato delle case gli ricordava subito che quella era la sua città, e gli faceva provare l’avvilente sensazione di essere diventato straniero nel luogo stesso che gli aveva dato i natali.
Nuove genti si propongono e nel contempo impongono, ballando sul Corso cittadino
il popolare ‘kolo’ caratteristico delle popolazioni slave. Si conferma la tesi di Ceserani
secondo la quale lo straniero rappresenta in primo luogo una condizione esistenziale di chi si confronta con realtà politiche e culturali diverse dalle sue. L’immagine è ritenuta culturale in quanto implicata nei processi di costruzione dell’identità di popoli.
Se la definizione dello straniero trova risposta nella tradizione antropologica per cui le sue caratteristiche «sono sempre determinate da un doppio processo di affermazione della propria identità (per contrapposizione a quella dell’altro) e di confronto con la diversità altrui», non va trascurata neppure la carica ideologica che
lo contrassegna. Sulla posizione dello straniero la letteratura ha coniato il concetto definito ‘processo di straniamento’,  e Ramous ci riflette. Pur esonerandosi da eventuali attribuzioni ideologiche e rimarcando di non essere politicamente impegnato, denuncia l’assenza di libertà (di pensiero ed azione) che sin dall’inizio traspare dalle diverse forme adottate dal nuovo regime. L’osservazione relativa a quel mondo che sta nascendo lo vede un’altra volta fermo a guardare, nella paura non celata che si tratti di un esperimento, un enorme «mostruoso fenomeno di collettivismo, destinato a coinvolgere e a soffocare la libertà e la volontà dei singoli individui».
A volte lo straniero assume atteggiamenti di inettitudine che Ramous sembra voler quasi giustificare come indole comune dei fiumani, aventi un’identità complessa e divisa, ma anche rinunciataria e accomodante «si teneva a distanza […], ed era composta non da partecipanti alla manifestazione, ma da semplici spettatori. Erano
fiumani». L’immagine di impotenza a reagire viene offerta sin dalle prime pagine, nel capitolo Uomini e formiche in cui la guerra tra le formiche viene pilotata dall’alto (dall’uomo), analogamente alle sorti della città che verranno gestite altrove trasformando i personaggi in semplici pedine. Dalla storia lontana della Fiume mitteleuropea in cui il protagonista Roberto è adolescente, l’autore passa rapidamente all’esperienza del
secondo conflitto mondiale. Con pennellate dense offre un affresco di vita fiumana, delle abitudini, degli abitanti e della loro mentalità. Volendo circoscrivere l’identità fiumana pure Irvin Lukežić tratta il territorio plurilingue e multiculturale, il significativo crocevia di vie di comunicazione, la mescolanza di genti che fa di Fiume una
città poliglotta e cosmopolita, un mondo culturale a sé stante. Mondo che, però, a seguito dei crudeli eventi storici, diventa da tollerante xenofobo, percorso da traumi, isolamento e impoverimento intellettuale. Nel secondo dopoguerra perde l’antica identità-soggettività e, andando incontro all’esodo di massa della popolazione autoctona, riconosce in sé un grande vuoto spirituale e culturale.

Ramous è il primo a cercarne le ragioni, a trovare il coraggio di affrontare vicende belliche e postbelliche2
nel tentativo di offrire spiegazioni. Motivi che la storia recente affronta considerando tutti gli interessi internazionali che dietro alle quinte pilotavano le sorti di Fiume e dei suoi abitanti.
Sentirsi cittadino del mondo sarà l’antidoto ramousiano per combattere lo straniero in sé e capire l’altro, colui che è venuto ad abitare negli spazi che un tempo gli appartenevano.
Il rapporto con la città nella volontà di far rivivere il ricordo della vecchia Fiume frequentando i rimasti, è uno dei temi trattati dalla recente produzione di Diego Zandel. Usando la narrazione in prima persona e la tecnica del flashback, ripercorrendo riti e movimenti che caratterizzavano la vita di un tempo, offre al lettore un’opera
ispirata a «fatti veri: così come io li ho vissuti, ne ho sentito parlare e ricordo. Non hanno la pretesa di essere la verità, ma la mia verità».
Una testimonianza dovuta, il libro I testimoni muti, in cui la trama è semplice ma precisa, ricca di date, avvenimenti, momenti di vita cittadina, vicende che si manifestano al di qua e al di là del confine,
famiglie divise, destini intrecciati alla storia e plasmati da essa. Uno stile cronachistico, concreto
caratterizza la scrittura che, rispetto a Una storia istriana, perde in asciuttezza per i profondi legami con la terra dei propri avi a cui dedica il proprio sentire.
Seppure alcuni capitoli siano ambientati nel campo profughi o nel quartiere giuliano dalmata, è Fiume il leitmotiv che lega ogni vicenda. Anche dove lo scrittore narra la realtà dura di Servigliano che durante la guerra era stato un campo di concentramento, la sua voce torna coi ricordi alla città natale dei genitori «La mamma seppure accecata dalle lacrime prese ad aiutarlo disperata, pensando alla sua casa di Fiume,
a Cantrida, con le finestre e il balcone affacciato sul golfo del Quarnero».

Cresciuto nell’estrema povertà del campo profughi, Zandel registra momenti di vita non facile
per l’esule italiano di queste terre, spesso visto male come «gente che ‘rubava’ il posto di lavoro ai romani».7
1 Cfr. Irvin Lukežić, L’identità fiumana in Fiume crocevia di popoli e culture, Atti del Convegno Internazionale, Roma, 27 ottobre 2005, a cura di Giovanni Stelli, Roma, Società di Studi Fiumani e Archivio Museo
Storico di Fiume, 2006, pp. 85-91. 2 «Circa le discussioni teoriche, esse sono riprodotte nel romanzo precisamente come si svolgevano nella realtà», conferma Ramous all’amico Antonio Widmar nella lettera datata 19 marzo 1971, tratta dall’Archivio di famiglia.
Inizialmente l’unico contatto con la Fiume abbandonata è lo scambio epistolare.
La madre si reca quotidianamente all’entrata del Villaggio per verificare se il postino
porta qualche lettera con in francobollo raffigurante il volto di Tito «La scartava
subito, ansiosa di nuove notizie e poi, dopo averle lette e rilette, si affrettava a rispondere».1
I legami con Fiume risultano forti, un amore intenso per il luogo rievocato dai
‘grandi’ che, nella percezione vissuta dall’adolescente, assume proporzioni mitiche.
Così il primo viaggio a Fiume, tinge la scrittura di termini intimistici e il bambino
si impossessa del ricordo degli adulti. Il rapporto con la città avrà di seguito una sua
evoluzione. Estate dopo estate quel viaggio diventato una consuetudine, mi avrebbe permesso di costruire una mia Fiume, diversa dalla loro, inevitabilmente contaminata dalla nuova realtà e dal travolgimento epocale scaturito dalla guerra.
Sin dal primo impatto Zandel prova la condizione del diverso in una città lontana da quella raccontata. Rende con facilità argomenti ‘scomodi’, riportando ricordi personali intrecciati a vicende vissute da personaggi di varie etnie, credo politici, età, professioni. Storie esemplari non solo per la quantità di dati riportati ma pure per la
visione dialettica proposta. La necessità di ricostuire nei propri ricordi le personalità di figure note, tra cui Sandro Pertini, Osvaldo Ramous, Erio Franchi, Eros Sequi, Giacomo Scotti, Bepi Nider e Anita Pittoni, rientra nel dovere di spiegare alcuni momenti del passato dando parola ai ‘testimoni muti’ della storia, quelli che definisce i ‘vinti’ del Novecento. Anche per il suo modo più moderno di affrontare la memoria
la sua lezione va collocata ai margini. Per moderno non si intende un modello che neghi le verità sottaciute per decenni volendone deresponsabilizzare i protagonisti.
Lo scrittore, infatti, rimane scettico nelle capacità dell’uomo a non ripetere gli errori della storia e lo attesta coraggiosamente accostando (e confrontando) vecchi e nuovi nazionalismi. Non offre prospettive salvifiche, ma affronta la capacità di articolare la realtà dagli innumerevoli risvolti per avvicinarsi a quel mondo globale in cui le differenze diventano obsolete.
La prosa, volutamente non mediata, risulta fresca, capace di raccontare vicende drammatiche senza grandi pretese, con la serenità e semplicità di chi, usando un approccio pluralistico nei confronti degli eventi, lascia spazio a risposte aperte.
Lontano dalle memorie nostalgiche, l’autore proietta il passato in quanto superamento. Nell’intento di raggiungere la ‘sua verità’ osserva le parti in guerra come scelte personali più o meno sentite e pensate, spesso frutto di fortuiti momenti che indicano direzioni a volte decisive assegnando ai personaggi ruoli definiti.
L’opera offre tanti dubbi e sfumature con cui leggere un evento, corrispondenti ad altrettante
scelte di cui Zandel spiega le ragioni. Spezzate le vite dei rimasti e, in circostanze
diverse, spezzate le vite dei profughi, incompresi e costretti a vita dura. Il diverso di Zandel assume un’identità che si manifesta in modo trasversale. Diverso perché nato in un campo profughi, perché osservato con sospetto dai romani, perché non è nato a Fiume. C’è pure l’altro ‘diverso’, quello storico, il ‘testimone muto’.

Nel capitolo I diversi, è raccolto l’unico momento surrealistico del romanzo che introduce il concetto di vittima. Il ‘testimone muto’ è appunto la vittima universale di ciascun regime, un universale che non trova tregua in qualsivoglia paese, popolo o ideologia prescelti. Alla sensazione costante di incapacità di far comprendere davvero la portata delle vicende narrate si accompagna la necessità della testimonianza quale prima prova della non completa disumanizzazione della propria individualità.
L’unicità dell’esperienza vissuta di questi ‘diversi’, deve essere intesa quale paradigma di vera e universale sofferenza.
Ad avvicinare Ramous a Zandel è la necessità di testimoniare esperienze importanti che facciano conoscere meglio l’agire umano. Uniti nell’assenza di risentimento fanno prevalere la volontà di documentare per lasciare spazio alle vicende che tutti devono conoscere per poter, di conseguenza, superare aprendosi al futuro.
I due autori non dimenticano gli eventi drammatici ma non serbano nemmeno quel rancore fine a se stesso che impedisce di vedere l’intima certezza dei valori umani che irrimediabilmente ci accompagnano nel corso della vita

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