DIARIO DELLA PESTE AL FEMMINILE

DIARIO DELLA PESTE AL FEMMINILE

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Ilaria Guidantoni racconta com’è nato il suo libro “I giorni della peste 2.0”, edito in e-book dalla Oltre Edizioni, best seller in Fenicebookstore.

Una parte del ricavato delle vendite va all’Ospedale Meyer di Firenze che è un’eccellenza ed è l’ospedale dei bambini, il nostro futuro.

 

Quando è iniziato il confinamento ed è stato chiaro che la situazione era precipitata, ho avuto un iniziale smarrimento, sconforto, arrivando a Milano da Tunisi, dove ancora il vento della peste era leggero e non sembrava spirare nella direzione dell’Africa. Ma l’aeroporto di Malpensa non lasciava dubbi. Qualcosa di surreale stava accadendo e il mio pensiero è volato ai libri più che ai film di tanta letteratura come La peste di Albert Camus o Cecità di Josè Saramago, ma anche 2084 La fin du monde di Boualem Sansal. Mentre il mondo della cultura e anch’io in un primo tempo gridava ‘la cultura non si ferma’, una voce interna mi allarmava e mi diceva che nessuno sarebbe stato esente dal contagio se non della malattia della contaminazione psicologica. Dopo i primi momenti di disperazione sono partita per tornare a Firenze, mia residenza e mio rifugio. Una scelta sofferta come già quella di lasciare Tunisi, sapendo che lungo sarebbe stato il tempo della separazione. Eppure l’ultima volta che ho visto la Tunisia era il 26 febbraio e ancora qualcuno non credeva all’inferno che avremmo vissuto. Le immagini sono state quelle di partire senza sapere se sarei tornata e quando e ancora per alcuni aspetti è così. La situazione poi è precipitata, tra sgomento, paura di attacchi di panico, insomma paura della paura e una profonda e tragica solitudine. La vita è però più forte di tutto e pensare che qualcuno mi avrebbe atteso per abbracciarmi fuori dal tunnel mi ha spinto ad attraversarlo. Fin dall’inizio leggendo i miei messaggi di desolazione sui social le persone mi hanno spinto a scrivere ma io non ne avevo voglia eppure un amico, il regista Massimiliano Finazzer Flory, con la sua iniziativa di una parola al giorno, mi ha coinvolto in un gioco molto serio: costanza e disciplina per 55 giorni ai quali io ne ho aggiunto uno, idealmente, il ritorno a casa. Due settimane di isolamento che poi sono diventate tre e a seguire giorni di profonda solitudine, non senza compagnia digitale e del cuore ma in un clima surreale senza fisicità alcuna. Sono tornata solo pochi giorni fa in un supermercato con molta circospezione e in uno spazio semi-deserto. Ho scelto la scrittura e la condivisione per sentirmi viva, per far sì che questi giorni di dolore non fossero inutili e soprattutto una vuota attesa. Così li ho riempiti di parole e le parole si sono fatte carne, vita. L’idea di condividerle e quindi di pubblicarle ha dato un senso e ho pensato al bisogno di immagini che non fossero illustrazioni, né, al contrario, volevo che le mie parole diventassero didascalie di opere. Ho pensato di riunire molti amici artisti che non stavano lavorando e di creare una galleria letteraria, un mondo di suggestioni con un principio di associazioni emozionali. E’ stato un gioco e spero diventi un cammino e possa seminare un impegno pur contenuto sul terreno sociale con la destinazione di una parte del ricavato all’Ospedale Meyer di Firenze che è un’eccellenza ed è l’ospedale dei bambini, il nostro futuro. Questo mi spinge a condividere il mio scritto e a immaginare che possa nascere un lavoro collettivo di commenti, suggestioni, postille, immagini che, gli artisti che hanno collaborato e i lettori vogliano mettere a fattor comune. Un libro è per me soprattutto quello non scritto, raccontato e condiviso, più ancora di quello pubblicato. Ogni incontro tra parola e immagini nel libro è una storia di amicizia o d’amore, è un dialogo, un invito nel quale l’artista ed io abbiamo spesso letto e visto cose diverse, come un fuso, quello della vita là dove c’è una fessura; o un titolo, Anagramma, per un gioco di parole in forma di opera pop che ha smontato le mie ‘regole’, ma anche gli Angeli  sono per me amanti e La Mariée la mia idea di felicità, di un abito da sposa in mezzo alle macerie e dove l’incontro della carne e dello spirito si intreccia in True love, opera con parole dal Paradiso di Dante; un fiore Myosotis segna il tempo e le ore, come un orologio di vita; e una Vespa diventa il ritmo pop del movimento imprigionato. Pubblicare qualcosa è tirar fuori dal cassetto il dolore e la malinconia, è cristallizzare dei ricordi che nessuno ci porterà via, rendendoli ‘belli’ in qualche modo, trasferirsi in un futuro anteriore, per saltare l’incontro con il presente e il futuro prossimo che sono incerti e oscuro, gettarsi nel sogno perché la realtà potrebbe essere troppo dura e fluida. Troppe volte in questi giorni non penso al momento della riunione come una gioia ma come l’inizio di un cammino di cura, di ferite e cicatrici e mi viene in mente il film tratto dall’omonimo romanzo di Marguerite Duras, La douleur che trasforma un uomo durante la prigionia ed erode l’amore della donna in attesa. Per questo non aspetto ma cerco di vivere a stento questi attimi e disegno trame come quello di un bambino che chiuso in casa ha viaggiato lontano fino in Messico dove ha messo le piramidi che forse sono quelle egiziane ma nella fantasia tutto è possibile in una dimensione surreale che si aiuta ad attraversare il mare in tempesta. I bambini sono venuti in soccorso con il loro senso pratico e onirico insieme, disarmanti e ho cercato di rileggere questo libro con i loro occhi. Ed è già un altro libro.

 

 

INTRODUZIONE A GOFFREDO DI BUGLIONE

8 Giugno 2020

8 Giugno 2020