E’ L’ORA DI CONOSCERE NEDJELJKO FABRIO

E’ L’ORA DI CONOSCERE NEDJELJKO FABRIO

di Gianfranco Franchi

Potreste leggere la storia degli ultimi due secoli e mezzo di Fiume e Trieste quasi fosse una storia speculare: caduta Venezia, erano porti che per la prima volta nella loro millenaria storia cominciavano ad avere qualche importanza; etnicamente, si trattava di città complesse, parte italiane, parte slave, parte austriache, e spesso più s’avanzava nell’entroterra più aumentava la componente slava, mentre più si restava in città più si sentiva parlare un dialetto veneto; economicamente, erano la gioia di due nazioni altrimenti senza mare, l’Ungheria (Fiume) e l’Austria (Trieste); geograficamente, entrambe s’affacciano sull’Istria, senza sentirsi affatto istriane. La distruzione dell’impero austroungarico scaraventa le due città gemelle – il porto di Budapest e il porto di Vienna – nel Novecento, un Novecento che le vedrà vivere soltanto un altro tratto di storia condivisa, storia italiana, per poco più di vent’anni; dopodiché, dal disastro della Seconda Guerra Mondiale in avanti, complice l’assegnazione di Fiume alla Jugoslavia, il massiccio esodo degli italiani e la sua trasformazione o traduzione (in un certo senso, anche etnica) in Rijeka, la storia dei due porti nati a fine Settecento cammina per due binari differenti, come ben sappiamo: economicamente, culturalmente, etnicamente (da Trieste e dintorni non c’è stato nessun esodo della minoranza slovena, anzi; a Fiume e dintorni, invece, la nostra comunità italiana, per quanto stoicamente resistente, è stata ridotta ai minimi termini). Rimane in entrambe le città un complesso rapporto con l’eredità (ricca e fascinosa) dei due secoli e mezzo di fortuna del Porto Franco: rimane una nostalgia del compromesso, ma forse non del tutto perduto cosmopolitismo; rimane una sensazione di privazione (del destino, della fortuna, della storia); c’è di diverso, a Fiume, che buona parte della “nuova” (“nuova” forse settant’anni fa: ormai sono passate tre generazioni…) cittadinanza, venuta a sostituire gli esuli, veniva da tutti i Balcani e non aveva la più pallida idea di dove stesse andando a cacciarsi, né probabilmente era così intrisa di cosmopolitismo, né tantomeno poteva conoscere la storia della città – una storia che parlava parecchio in lingua italiana, e in un dialetto veneto.

È in questa temperie che ha visto la luce, nell’odierna Rijeka, nella fu Fiume, il romanzo di uno scrittore croato sanguemisto italiano, diversamente molto consapevole della storia della sua città: lui si chiamava Nedjeljko Fabrio, era nato a Spalato, in Dalmazia, nel 1937, da madre italiana, e dalla nostra lingua traduceva in croato; il libro si chiamava “Vježbanje života” e voleva omaggiare la storia di Fiume. Era il 1985. Quel libro, in patria, ha avuto così fortuna che è diventato uno spettacolo teatrale di grande successo e ripetute repliche a Fiume, per la drammaturgia di Darko Gašparović e la regia di Georgij Paro. Qui in Italia, invece, fino a una manciata di mesi fa non se n’era mai parlato: è stato soltanto per merito dello scrittore istro-fiumano, romano d’adozione, Diego Zandel, e della sua collana di letteratura croata “Oltre confine”, se abbiamo potuto apprezzare (o almeno: incontrare) “L’esercizio della vita” (Oltre Edizioni, 2018; euro 18, pp. 552; traduttore d’eccezione, Silvio Ferrari).

Perché sono passati 33 anni tra la clamorosa fortuna croata di questo libro fiumano e la prima edizione italiana? Probabilmente per un buffo paradosso: Nedjeljko Fabrio è considerato (o meglio: era: è morto nell’estate del 2018, 81enne, nella sua città), riconosciuto e salutato come un campione del nazionalismo croato; questo suo libro, e i suoi successivi lavori, sono stati considerati poco leali alla storia di Fiume dai nostri esuli fiumani e dai loro discendenti; forse brucia sia ai nazionalisti croati sia ai nostri compatrioti che Fabrio venisse da entrambe le culture, e avesse abbracciato quella croata con così tanto entusiasmo. Non so dire: ho messo piede a Fiume poche volte in vita mia, non sono così sensibile da poter decifrare certe dinamiche cittadine, soprattutto se rijekane e non fiumane.

Posso e devo, però, prima di entrare nel merito dell’opera, raccontarvi quel poco che ho potuto leggere in lingua italiana, in occasione delle commemorazioni funebri dell’artista fiumano: il nostro Zandel ha comunicato ai lettori della “Fenice” la morte di Fabrio, sottolineando che la Croazia perdeva uno dei suoi massimi autori, pianto dalla presidenza della repubblica, etc; Patrizia Venucci Merdžo, della “Voce del popolo” di Fiume, ha pubblicato un lunghissimo commiato per la morte dell’artista e dell’accademico, “scrittore, drammaturgo, pubblicista, critico musicale e traduttore fecondissimo, erudito, intellettuale di vaglia, la sua scomparsa ha prodotto una specie di “vacuum” psicologico”. Secondo la Venucci Merdžo, suo massimo risultato era proprio “L’esercizio della vita”, “romanzo storico d’ampio respiro”: etnicamente, la Venucci rilevava che Fabrio fosse di “origini italo-croate, spiritualmente europeo, croato per convinzione e scelta personale”; “nonostante le sue radici parzialmente slave e i suoi rispettabilissimi sentimenti di croaticità, tutta la sua persona sprizzava un’aria di ‘italianità’. Il genoma pugliese lo aveva marcato in maniera più che evidente”. La madre di Fabrio, di ascendenza pugliese, era cresciuta a Zara, città dalmata, all’epoca italiana – sì, italiana, come prima veneziana Zara era stata, per tanti secoli. Spiritualmente, la Venucci piangeva una persona “gentile, riservata, che amava l’opera e la musica sinfonica”. Nella nostra lingua non ho potuto, ad oggi, leggere altro; nemmeno in inglese; Fabrio non credo sia mai stato tradotto in inglese, francese o tedesco, e così tutto quel che ad oggi, autunno 2018, si trova in Rete, è sostanzialmente scritto in croato. Tolte queste due commemorazioni (e invitandovi a leggere a fondo quella della Venucci Merdžo, sulla “Voce del popolo”), ho trovato traccia di una recensione dell'”Esercizio della vita”, apparsa addirittura sul “Corriere della Sera“, a firma Marco Ostoni: il critico, apprezzando la “manzoniana pietas” di Fabrio, riconosceva all’artista di aver “miscelato con sapienza una materia incandescente […] senza parteggiare esplicitamente per l’una o per l’altra causa”; Ostoni osservava poi che la scrittura di Fabrio era “lontanissima dagli stilemi che vanno per la maggiore: niente frasi brevi e secche, né ritmi incalzanti, nessuna concessione alla neolingua. Vincono invece lentezza e culto del dettaglio; un periodare ampio e disteso, ricco di subordinate e incisi, con vasti e dilungati inserti descrittivi, spesso contraddistinti da accenti d’intenso lirismo; forme retoriche quali la similitudine; un lessico rigoglioso e preciso. Un libro da ruminare dunque, senza fretta e con la giusta pazienza”.

Era il 27 maggio 2018: Fabrio era ancora vivo, ha potuto leggere e apprezzare. Va detto che da lì in avanti la nostra critica s’è proprio ammutolita – e non penso sia successo per via del fatto che a pubblicare “L’esercizio della vita” è stato un piccolo editore ligure di scarsa visibilità in libreria, come la Oltre; penso sia successo soprattutto per incompetenza e insensibilità nei riguardi della storia di Fiume. Così come spesso accade quando si parla di questioni istriane, fiumane e zaratine, nel lettore medio, scarso o poverissimo di conoscenze in merito alla storia dell’Adriatico Orientale (quando va bene, ci si ferma alle memorie della caduta di Roma, dimenticando i molti secoli bizantini e la plurisecolare fortuna veneziana: storia vecchia e disgraziata, italiani sempre incoscienti), nel lettore medio, dicevo, scattano meccanismi pavloviani di autodifesa o di indifferenza; Fiume è stata, bene che ci vada, una clamorosa e visionaria impresa dannunziana, poco o nulla conta che si fondasse su una presenza italiana etnicamente e storicamente così rilevante; la storia del porto di Fiume è di solito totamente sconosciuta, e di fronte a un simile background le 540 pagine di letteratura di Fabrio, questa sua “saga famigliare” epica e di ampio respiro, peraltro spesso abbastanza sbilanciata in senso croato, ammutoliscono o sconcertano: forse qualcuno vuole evitare cattive figure e rimane inerte. Ovviamente, deploro terribilmente questo approccio, soprattutto se penso alle potenzialità di questa esperienza estetica.

“L’esercizio della vita” è “un libro su Fiume”: non è un libro di storia, non è un saggio, non prevede una bibliografia in appendice; è un romanzo storico che non vuole cadere nell’equivoco della “lealtà alla verità storica”, limitandosi alla veridicità o alla lealtà alla “verità famigliare” di Fabrio. Io credo vada letto assieme ai libri di Mario Dassovich, assieme alle memorie della Madieri, “Verde acqua”, esule bambina dalla sua Fiume, assieme a certi versi del poeta esule Valentino Zeichen, assieme al memoir di Zandel sui “Testimoni muti”, sui profughi esuli in Italia: è parte delle esperienze dei nostri fratelli fiumani; ovviamente tutti etnicamente “complessi”, come d’altra parte massima parte dei nostri fratelli e antenati istriani, e tuttavia, in questo caso specifico… “fratelli diversi”, perché Fabrio, nonostante l’amore per la nostra letteratura e la nostra cultura, nonostante la nonna paterna italiana e la mamma italiana, era uno che aveva abbracciato prima la Jugoslavia e poi la Croazia, con la sua famiglia. So bene che chiamare “fratello” uno che ha fatto scelte così terribilmente e tragicamente diverse da quelle di parte dei nostri compatrioti è qualcosa che offende e ferisce parte degli esuli e dei loro discendenti, proprio come il sottoscritto; tuttavia soltanto uno che ha il nostro sangue poteva, pure da “nazionalista croato”, raccontare ai croati una storia fiumana, una saga secolare fiumana, in cui i protagonisti erano, per lo più, italiani mescolati ai croati. Probabilmente questo approccio, velenoso per i nostri esuli, è invece “igienico” e salutare per i nazionalisti croati; senza rendersene conto, s’accorgono di quanto veneta e italiana sia la storia di Fiume, e di quanto ingiusto e assurdo sia stato l’esito della guerra, e quanto disumano l’esodo senza ritorno. Si capisce: la mia è una congettura, forse più una speranza.

Preparatevi a leggere la storia di una città che serviva Budapest, e tuttavia parlava in veneto; di una cittadinanza che era per lo più italiana, e tuttavia era anche croata; di antagonismi tra autonomisti e irredentisti; di strane alleanze tattiche tra croati e austriaci, tra italiani e magiari; di profonde rivalità con l’altro Porto Franco asburgico, Trieste, economicamente molto più fortunato; di jugoslavi ostili ai nazionalisti croati; di profughi e di esuli; di sciagure famigliari e di fortune famigliari; di battaglie e di rappresaglie; di appartenenze e di abiure; di opportunismi, di velleità e di anacronismi. Abbastanza per orientarvi e disorientarvi un po’ – abbastanza per sentire il desiderio di capirne di più. Abbastanza per ricordarvi a chi appartenete.

Devo dire che probabilmente avrei affidato, per un’edizione italiana di un libro così delicato, una prima postfazione a uno storico “alla Dassovich” – e una seconda, idealmente, a qualcuno della Società di Studi Fiumani-Archivio Museo Storico di Roma, perché si potessero evidenziare compiutamente i partigianismi, gli errori storici, le “croatizzazioni”: potrebbe essere una buona soluzione per la seconda edizione. Dal punto di vista letterario “puro”, questo “Esercizio della vita” è un romanzo dall’impostazione quasi ottocentesca, piuttosto ben fatto, sensibile alle vicende dei figli del popolo, probabilmente serpentino nella sua ripetuta ambiguità politica. E tuttavia, sia chiaro: questo è un bel libro. Sfidatelo. Sfidatevi. Superatevi. Superiamoci.

Gianfranco Franchi, ottobre 2018.

 

EAN: 9788899932183

 

Per approfondire: La Voce del Popolo / dettagliata biografia IT.

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