Giorgio Manganelli e il viaggio  Alla scoperta di un autore che vale la pena ricordare   

Giorgio Manganelli e il viaggio Alla scoperta di un autore che vale la pena ricordare  

Intervista di Elisa Amadori a Sara Bonfili, una dei due curatori dello straordinario reportage

 

Adelphi ha recentemente pubblicato Viaggio in Africa di Giorgio Manganelli, resoconto dell’esperienza vissuta dall’autore nel 1970.

30 anni fa, nel 1988, usciva il reportage su Taiwan, poi inserito in Cina e altri Orienti: “Credo che sia essenziale pensare questa città [Taipei], questa isola come una violenta, forse dolorosa coesistenza di due mondi che per secoli erano stati estranei, anche nemici; giacché qui un certo modo di essere occidentale, pratico e laico, si contamina ininterrottamente con un modo di pensare per enigmi, indizi, omina; forse, la differenza e coesistenza che notiamo, proprio qui, in centro, tra i caratteri cinesi e la grafia europea”.

Per conoscere il personaggio in questione prendiamo le mosse da una recente pubblicazione che analizza felicemente lo spirito di Manganelli (Milano 1922- 1990).

Giorgio Manganelli e il viaggio, a cura di Sara Bonfili e Giampaolo Vincenzi, Artemide 2017, è il frutto della Giornata di Studi Giorgio Manganelli e il viaggio promossa, nel 2015, dal Dipartimento di Scienze Politiche, della Comunicazione e delle Relazioni Internazionali dell’Università degli Studi di Macerata. Diversi i contributi di studiosi e giornalisti, quali Gianni Cimador, Andrea Rondini, Alessandro Trebbi, Marcello Verdenelli, fino a quello della figlia Lietta.

Importante proprio in questa fase sinistra della nostra storia occidentale, vorace di immediate sicurezze e semplicistiche risoluzioni, riscoprire un autore che ha fatto dell’incontro, del dubbio, della contraddizione la propria forza motrice.

“Una città è un luogo occulto, nella quale un muro logorato dalla muffa, un edificio decrepito, una sterminata piazza non pavimentata, trafitta da pozzanghere e ciuffi di dura erba, propongono una storia segreta, una favola in cui l’orrore e lo splendore ostinatamente coabitano” la citazione riportata da Andrea Rondini nel saggio Giorgio Manganelli e il modello Pausania ben sintetizza la predisposizione dell’autore all’ossimoro quale strumento di interpretazione della realtà.

Il viaggio, reale, interiore o letterario che sia, predomina la poetica dell’autore milanese. Il mestiere di giornalista nonché quello di traduttore sono sicuramente catalizzatori di una certa inclinazione spirituale dell’autore al movimento, ma è la sensibilità di scrittore che alimenta il semenzaio immaginifico del concetto di viaggio.

“Esiste un’Itaca? Misuriamo insieme la profondità della nostra solitudine e l’altezza della nostra speranza. Vorremmo in pochi giorni quello che Ulisse conseguì in dieci anni di navigazione ostinata: diventare Nessuno”. Cina e altri Orienti, p. 13.

Ma andiamo a scomodare direttamente la curatrice del volume, Sara Bonfili…

Due espressioni potrebbero aiutarci a delineare la personalità di Manganelli, “Perché si sa che ogni viaggio comincia con un vagheggiamento e si conclude con un invece”, pensiero riportato in nota da Vincenzi all’inizio del saggio La geografia cattiva di Giorgio Manganelli, e quello cui allude la figlia Lietta – nel concludere il proprio contributo Chi fa un viaggio rischia di arrivare – “Come staremmo bene qui, se noi fossimo altrove!”…

Sì, come abbiamo cercato di evidenziare attraverso i nostri interventi raccolti nel saggio dedicato a Giorgio Manganelli e il viaggio, il viaggiare manganelliano, pur se reale e sfaccettato, è soprattutto una dimensione mentale. Interessante tema, da continuare ad approfondire proprio alla luce della recente pubblicazione da parte di Adelphi dell’inedito Viaggio in Africa. Il viaggio per questo scrittore parte da uno studio accurato di mappe e guide e finisce con un “invece”, cioè si concretizza in incontri inaspettati con elementi mistici, resi attraverso similitudini e contrasti con i luoghi conosciuti: in genere molta natura, architettura, etnologia, poche persone, e quindi pochi aneddoti, tutto ciò che il Manga in fondo non aveva letto nelle guide e che si sforza di descrivere attraverso i legami con il conosciuto, posti, libri, religioni. La seconda dimensione, invece, illumina il concetto dell’essere in un luogo e dell’esistenza del luogo, spesso messo in discussione (“Non sono bel certo che la Malesia esista”, dice in Cina ed altri orienti) oppure, procrastinata la sua completa conoscenza (“Per capire bene Chieti, credimi, ci dovremo tornare”, dice al giornalista Pino Coscetta che lo accompagna in Abruzzo). Secondo quando raccontato dalla figlia Lietta, i sentimenti legati al viaggiare erano duplici e contrastanti, la paura e il senso del dovere, l’inerzia e il rimorso della mancata esperienza, la stanchezza e la voglia di curare le ferite dell’animo attraverso il viaggio. L’immagine che scaturisce di questo viaggiatore dimezzato è quella di un Manganelli che invia cartoline al se stesso “poltronista”, rimasto a casa.

“Occorsero rumori di secoli per creare il silenzio di queste mirabili stanze […] la qualità del silenzio, un silenzio arcaico, che ospita rumori animali, e fruscii vegetali, tutti sommessi, come assorbiti nella grande immagine del luogo”. Tu, Sara, ti sei occupata in particolare della sezione relativa all’Abruzzo, L’Abruzzo silenzioso e pensoso di Giorgio Manganelli, che mi ha colpito in particolare per quella capacità di cogliere l’anima del luogo e riportarla in vita sulle pagine (in merito mi vengono in mente i versi di Ungaretti de Il porto sepolto “Vi arriva il poeta/E poi torna alla luce con i suoi canti/e li disperde. /Di questa poesia/ Mi resta/ Quel nulla/ Di inesauribile segreto”)…

Sì, il paragone con Ungaretti è calzante, ed esprime il tentativo, impossibile e necessario, di restituire a parole un silenzio e un segreto tutto proprio del luogo che affascina il poeta o lo scrittore. Nel caso dell’Abruzzo, raccontato negli articoli per “il Messaggero” raccolti ne La favola pitagorica e dai reportage ricordati dal libro di Pino Coscetta Viaggio in Abruzzo con Giorgio Manganelli, il silenzio è la dimensione che più mi ha colpito e che ho ritrovato visitando L’Aquila dopo il terremoto del 2009. In tutti i reportage di viaggio di Manganelli si notano sparute apparizioni di gli uomini in carne e ossa, e l’assenza della mano dell’uomo si nota ancora di più in questo viaggio. Le percezioni che Manganelli ama evidenziare dell’Abruzzo riguardano la roccia (il Gran Sasso cuore d’Italia), i monumenti storici (a Sulmona, a Chieti, a L’Aquila, per esempio), la natura rigogliosa (il Parco Naturale d’Abruzzo), i contrasti di acqua e terra (la cultura araba che esalta le fonti e quella popolare/pastorale), pianeggiante e montuoso. Non ci sono storie di incontri. Restano i personaggi storici, mitizzati dai libri, che sono le vere guide turistiche del Manga (Mazzarino, Croce, Ovidio, D’Annunzio, Flaiano), dei quali lo scrittore si diverte a cercare i fantasmi, mentre il silenzio si traduce in maestosità e seriosità, una maestosità che sa poco di umano, come il castello dell’Aquila “una macchina calata aquilescamente dal cielo”. La freddezza della roccia e del marmo concorda con il clima abruzzese (“dieci mesi di freddo e due di fresco”) ma vuol dire anche morte e rovina, una rovina che sa di divinità e che guarda caso è in grado di prendere vita (come evidenzia in Salons). Due mi sembrano gli elementi da sottolineare: l’inconsapevole attualità della descrizione manganelliana dell’Aquila, che mi ha spinto a fare un paragone con la città terremotata visitata nel 2015 in cui l’eco delle nostre voci risuonava come unica presenza umana, e il gusto, tipico di questo scrittore, del ribaltamento a volte anche parodico-carnevalesco: le città, i manufatti, le rovine, i musei che si animano, la natura “produttrice di silenzio” e protagonista, le chiese paragonate a montagne, il Parco Nazionale come “documento di un vita perduta, appartata e scostante”. Chissà se era un modo per non annoiarsi, per lui viaggiatore incallito ma recalcitrante, oltre che una lente che applicava ad ogni cosa, questa ricerca dell’inaspettato. Di certo un artificio retorico di cui era ben consapevole e appassionato, direi.

“Il libro finito è infinito, il libro chiuso è aperto; tutto il libro si raccoglie attorno a noi, tutte le pagine sono una pagina, tutte le porte che non solo posso varcarne, visibili ed invisibili, sono un’unica porta, la porta è così spalancata che non solo non posso varcarne la soglia, ma la porta, tutte le porte sono penetrabili, non si distinguono le porte aperte dalle porte chiuse, le porte portano da porta a porta, nulla è chiuso, tutto è chiuso, tutto è aperto, nulla è aperto”. La citazione riportata da Marcello Verdenelli in Il viaggio imperiale di Manganelli ci aiuta ad introdurre il discorso sul simbiotico rapporto di Manganelli con la letteratura…

Leggendo le biografie di Manganelli si scopre che la letteratura era anzi tutto un modo per analizzarsi, per curare le proprie nevrosi: così fu per la prima, fulminante, opera Hilarotragoedia, che Manganelli racconta di aver scritto in pochi mesi e in cui si ritrovano tutti gli elementi della sua sofferta storia. Poi la letteratura è per Manganelli rimando e citazione, ribaltamento e allusione a dimensioni “ulteriori”: ogni parola porta con sé gli spazi bianchi dell’immaginazione e del già letto, ha le cicatrici delle parole cancellate o non scritte, di libri mai nati, lettori inesistenti. Ha, per lui, una dimensione giocosa di continua ricerca e una dimensione oscura di esorcismo. La letteratura è solo un tentativo di restituire la realtà interiore mutevole attraverso uno specchio deformante, come racconta Gianni Cimador nel suo articolato saggio dedicato all’ossimoro come dimensione dell’Io e alle scelte stilistiche dello scrittore, il “furore nomenclatorio” e la digressione per primi. Verdenelli affronta il viaggio letterario di dimensione assolutamente moderna di finitudine e morte, quello che Manganelli fa nella riscrittura di Pinocchio e nella Prefazione dell’edizione 1982 de Il Milione, “non-libro, libro nato morto” di Marco Polo, dove il racconto avventuroso contiene così tante possibili porte che non è lecito trascriverlo nella sua edizione definitiva, ed è per Manganelli una mera dilazione della morte. E questo è soltanto uno degli spunti che ci suggerisce Marcello Verdenelli. Il legame scrittura/morte è citato più volte anche in un’intervista riportata in Ti ucciderò, mia capitale, in un’interpretazione della letteratura che ammicca con il suo classico humor nero, al concetto della scomparsa dell’Autore, ma appare molto personale e condivisibile: “Scrivere un libro è un atto pratico. Serve per rendere tollerabile l’esistenza, per rinviare il suicidio per dare al lampione l’apparenza di una donna. Non ci si può salvare, perché nulla ci può salvare. E’ un rito magico, uno scongiuro”. Come dargli torto!

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