GRECIA, UNA DANZA FESTOSA

GRECIA, UNA DANZA FESTOSA

di Benedetta de Vito

 

Dal Peloponneso a Creta, da Hydra a Rodi, in “Passaggi in Grecia”, Laura Berton, percorrendo, pellegrina del nostro tempo, isole e terraferma, racconta visitando i luoghi in cui tutto è avvenuto, la storia di una terra  lacerata e sofferente, terra di occupazione turca e, un secolo dopo, nazista, terra di massacri, lutto, lacrime. Che palpita e lotta, però, per l’indipendenza del suo cuore greco, tutto quanto acceso d’amore per la Patria. Terra di eroine e di eroi che sono un poco briganti e un poco cuor di leone, “klefti” li chiamano in Grecia, né una cosa né l’altra e un poco tutte e due. E soprattutto terra dove la poesia sposa la bellezza suprema, l’inarrivabile armonia, l’incanto di Pan che può, a volte, trasformarsi in una gialla farfalla, come racconta la Berton…

Terra anche di poeti e scrittori anglosassoni innamorati dell’assoluto greco, dell’indaco del suo mare, del verde delle sue valli – da Lord George Byron a Bruce Chatwin,  fino a Henry Miller  e al meno noto Kevin Andrews – che, da “filelleni”, hanno vissuto, amato, sofferto, scritto abitando tra i lentischi, le viti e gli ulivi di queste incantate scogliere sul mare e sui cigli dei monti. E con loro, c’è Laura Berton, che, la letteratura inglese l’ha insegnata per anni, e che, lo si percepisce nel corso intero del libro, ha con essi un idem sentire. L’idea cioè che la vita e la morte, la bellezza e l’orrore siano due facce della stessa moneta. Una verità che emerge, con allegra nonchalance, fin dalle primissime pagine, quando, passeggiando tra le pianure dell’Arcadia, la Berton e sua figlia si imbattono in una tartaruga, l’animale infero, per i greci, che infatti chiamavano Tartaro gli averni.

Sentiamo le parole carezzevoli e profetiche insieme dell’autrice:  “Mentre lasciamo le silenziose rovine dell’antica città ai cardi viola, alle gialle orchidee selvatiche, alle pecore e alla schiva tartaruga che al nostro contatto si è ritratta nel suo guscio, mi viene in mente l’antico memento mori “Et in Arcadia ego”: anche in Arcadia ci sono io, la morte”.  Che è in fulminante verità raccontato da un grande poeta greco Nikos Kazantzakis proprio alla chiusa del libro, in un verso dalla forza lirica di un Pindaro: “E se pure è morte, noi ne faremo danza”.

Il libro è, infatti, una danza festosa, una galoppata, direi, tra monasteri silenziosi (dedicati spesso a San Giovanni Battista o a San Nicola), tra le sonnolente chiacchiere da bar (con gli anatemi contro la crisi attuale, un’altra guerra greca…), tra i paracadutisti tedeschi che in un baleno occuparono Creta, tra soldati inglesi innamorati dei carmi di Orazio e piccole grandi storie di ordinaria violenza e d’amore, tra le tante, tantissime storie di battaglie, massacri, azioni militari, scioperi che hanno fatto, messi tutti insieme in addizione, la storia moderna della Grecia. E poi, per fortuna, il volume regala anche momenti di estasi, come quando a Poros, la scrittrice scrive del magnifico limoneto sulla terraferma: “Quando le migliaia di piante che vi crescono sono in fiore, se il vento soffia dalla direzione giusta l’onda del loro profumo giunge fino all’isola. La leggenda – che piacque a Miller – racconta che questo profumo inebriante faccia uscire di senno”. Un profumo che è giunto dalla Grecia fino a casa mia…

 

 

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