IL MULINO DELL’ISOLA, UN ROMANZO POLIFONICO

IL MULINO DELL’ISOLA, UN ROMANZO POLIFONICO

Parliamo de “Il mulino blu” di Luciana De Palma, Edito da Florestano, in vendita su Fenicebookstore

di MARIELLA MEDEA SIVO

“Molte cose sono cambiate dal giorno in cui ho concepito il nucleo della storia qui narrata fino a quello in cui si è materializzato il libro che la racchiude.” Esordisce con queste parole Luciana De Palma, introducendo il suo secondo romanzo edito da Florestano, “Il mulino blu”, il cui tema centrale è il cambiamento, che l’autrice definisce “l’esoscheletro dell’esistenza, l’ossatura a cui si avvolgono idee, prospettive, sensazioni, progetti.” Il titolo stesso del romanzo evoca il significato simbolico del mulino donchisciottesco, di gigante mostruoso contro cui lottare, energia dinamizzante e strutturante. Architettonicamente il mulino è una struttura che trasforma l’energia del vento in energia cinetica utile per macinare il grano ed ottenerne farina: il mulino frantuma, è un centro di elaborazione, di trasformazione. Emblematica la presenza delle ruote dentate, che girano come raffigurazione del tempo, e delle pale, normalmente in numero mai inferiore a quattro, ma che nel caso specifico del mulino blu appaiono pari a tre, tante quanti sono i protagonisti della storia ambientata a Kos, isola greca nell’Egeo: Iris, Costa e Jürgen. Strategica la scelta dell’isola, uno dei topoi più ricorrenti della letteratura mondiale (Il Signore delle Mosche di W. Golding, L’Isola del Tesoro di R. L. Stevenson, Robinson Crusoe di D. Defoe, L’Isola Misteriosa di J. Verne, L’Isola di Arturo di E. Morante). L’isola è un simbolo archetipico che riflette il desiderio di un luogo primigenio ed intoccabile in cui l’essere umano possa esprimere la sua unicità e recuperare il senso della propria esistenza (sarà così per Jürgen). Ma l’isola può anche essere vissuta come un luogo perduto, di reclusione e di isolamento, così come recepita da Iris. Il mulino, da sempre luogo di attrattiva per le comunità, diventa il fulcro attorno al quale ruotano le vite di Iris, Costa e Jürgen, macinando le loro emozioni, i loro sentimenti e le loro storie ed operando una inevitabile trasformazione, trasformandosi esso stesso, dipingendosi di blu e dissacrando “l’abitudine degli isolani di dipingere tutto con colori neutri, poco evidenti, banali”. Ognuno dei personaggi svilupperà un rapporto diverso col cambiamento. Iris, colpita da un dolore senza fine, costretta come un fiore di cui porta il nome all’immobilità dell’attesa, tuttavia incline alla filosofia eraclitea del divenire, sempre in preda ad una febbricitante follia, derivante dalla “faida tra il desiderio di cambiare e la necessità che nient’altro cambiasse più”. Iris è una donna perennemente in bilico, lo si comprende anche dalla posizione geografica che l’autrice le attribuisce: un punto di mezzo tra terra e mare: “quella inferiore era tutta gialla, quella superiore era tutta azzurra”… “coriacea e duratura la prima, senza forma e stabilità il secondo”. In mezzo la vita di Iris. Costa è un uomo “senza moglie né amanti, senza figli né eredi”, la cui “vita era un’irrimediabile assenza di possibilità”. Nulla lo sorprende perché non si aspetta niente, soprattutto non si aspetta che qualcosa cambi. Costa non ama i cambiamenti perché portano scompiglio “lo scompiglio porta al disordine e il disordine produce follia”. Il dolore è sempre conseguenza di un cambiamento inteso come sottrazione di cose e di persone. Ma il cambiamento è ineludibile, inarrestabile, è legge dell’universo. A dimostrarlo sopraggiunge dalla Germania il giovane e dirompente Jürgen, il quale, “non avendo alcun tipo di passato remoto”, che appartenga alla madre o al padre, se ne frega di costruirne uno suo. Per Jürgen il cambiamento è una necessità, gli stessi desideri ed obiettivi non rimangono immutati e si rende indispensabile un ricollocamento dei propri progetti all’interno delle nuove prospettive che si fanno strada nel corso dell’esistenza. Se Iris e Costa collegano il cambiamento al dolore, Jürgen sceglie consapevolmente di rinunciare agli anestetici, abbandona senza remore l’area di comfort, perché, se è vero che la stasi ci risparmia dolore, è anche vero che ci sottrae la gioia. Il cambiamento che Jürgen realizza nell’ambito del romanzo non consiste solo nel ridefinire cromaticamente il vecchio mulino, ma è anche nel polemos, ovvero nel conflitto che si sviluppa con il monolitico Costa. Appare chiaro il riferimento alla politica sociale contemporanea, laddove Jürgen, nemico venuto dal mare, pozzo oscuro degli incubi leghisti, rappresenta lo straniero che indebolisce e minaccia l’identità nazionale: “quel maledetto blu profanava i nostri sogni” dice Costa, per il quale il mulino non doveva mutare, anche ridotto ad un mucchio di pietre sparse al suolo, giacché nei reperti provenienti dagli antenati sono le nostre radici. Sempre restando fedele alla dicotomia interpretativa, in Jürgen l’autrice ci fa intravedere il business man che, calpestando la storia e le tradizioni del paese che lo ospita, impone i connotati della globalizzazione, vero unico danno da temere. Ecco il vero, utile e interessante di manzoniana memoria che Luciana fornisce ai suoi lettori, spunti di riflessione che, a partire dalla narrazione fantastica, approda alle problematiche dei confini liquidi della nostra società. Un ruolo di spicco nel romanzo è affidato al mare non ridotto a vizio stagionale, ma rappresentato nella sua bivalenza di nascita e di morte, teatro di continui naufragi. Tecnicamente parlando, l’autrice adotta la polifonia, mutuata dalle letture dei romanzi di Dostoevskij, ovvero del narratore multiplo, che crea la compresenza di più punti di vista e che dà origine a più registri stilistici sul piano metrico, lessicale e sintattico. Gli eventi sono vissuti dal lettore grazie alla prosa poetica che, ben lontana dai canoni di una narrazione lineare, cerca di catturare nell’intimo l’esperienza soggettiva dei protagonisti. In questo secondo romanzo Luciana De Palma dà prova di un ulteriore raffinamento dell’arte della scrittura, maturando ritmi e coinvolgimenti che ci riportano alla forza dell’immaginazione con cui Elsa Morante voleva distruggere il “drago”, metafora della bruttezza, dell’alienazione e della disintegrazione umana. Luciana descrive quasi maniacalmente, in modo istintivo e sensoriale, tutti i pensieri ed il susseguirsi di emozioni che di pagina in pagina riusciranno a commuovere il lettore: storia di crescite, maturazione e consapevolezze acquisite attraverso esperienze nuove, errori e colpi si scena che, nel bene e nel male, spingeranno i protagonisti verso una nuova e disincantata percezione del mondo. “Vigliacchi quelli che evitano, scongiurano o temono il cambiamento, le loro anime sono bestie imbalsamate, le loro facce sono pietre tombali”: il cambiamento appare come lume perenne che spinge gli uomini verso il bisogno continuo di emanciparsi dallo status quo. ◦

 

 

 

 

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