IL RITORNO DI ANTONIO PERRIA, UN GIALLO “CLASSICO” DEGLI ANNI SETTANTA

IL RITORNO DI ANTONIO PERRIA, UN GIALLO “CLASSICO” DEGLI ANNI SETTANTA

PUBBLICHIAMO UNO STRALCIO DELLA PREFAZIONE DI MASSIMO CARLONI

dalla prefazione di Massimo Carloni
Quando nel 1974 Antonio Perria pubblica Incidente sul lavoro, il lettore medio italiano ha avuto più di un decennio per liberarsi definitivamente dai condizionamenti esterofili della nostra editoria di genere.
Il clamoroso successo, a partire dal 1959, degli italianissimi Casacci & Ciambricco in tv con il loro tenente Sheridan; l’éxploit di Leonardo Sciascia che, da Il giorno della civetta (1961) in poi, dà assoluta dignità letteraria al giallo italiano; l’invasione nelle edicole, all’inizio degli anni Sessanta, del fumetto “nero” Diabolik a opera delle audaci sceneggiature delle miti sorelle Giussani; la nascita e la diffusione incontrollabile, alla fine del decennio, del “poliziottesco” nei cinema di tutta Italia; e infine lo straordinario successo, anche di critica, dell’ultimo Scerbanenco e della premiata coppia Fruttero & Lucentini: ebbene tutto ciò contribuisce a sprovincializzare il pubblico e lo predispone a giudicare benevolmente la nuova impresa letteraria, nata in modo casuale – per ammissione dello stesso autore – da un’ispirazione puramente saggistica.
Veterano di cronaca nera, Perria sfugge comunque ai condizionamenti dei modelli testé indicati, elaborando un’originale commistione di realismo e critica sociale di ispirazione marxista sullo sfondo di una Milano ormai irriconoscibile. La capitale morale del nostro paese, uno dei motori del boom economico, sta vivendo infatti un’epoca di degrado morale, vittima di mali che sono comuni all’intero paese e dovuti a uno sviluppo malato del nostro capitalismo. La borghesia, e quel che rimane della nobiltà, offrono di sé un’immagine decisamente negativa che si riverbera anche sulle altre classi sociali, benché, per queste ultime, vi sia una parziale giustificazione nel condizionamento economico, culturale e religioso a cui sono state sottoposte per decenni.
In tal modo, in una Milano inospitale per il clima e per i disvalori che la corrodono, nessuno si salva davvero: ne esce così un potente affresco, condotto con uno spigliatissimo indiretto libero frutto della professionalità del vecchio cronista, in cui non c’è spazio neppure per gli eroi canonici, gli investigatori senza macchia e senza paura a cui tutto sommato anche i colleghi di Perria sono ancora legati.
Da un lato, infatti, il nostro autore non se la sente di mettere in scena l’ormai logoro detective individuale, anche in considerazione del fatto che in Italia l’investigatore privato non ha mai avuto un particolare appeal romanzesco; dall’altro non vuole però neppure cedere alle rigide regole del procedural – reso famoso da noi dai romanzi di Ed McBain – e mettere così tutti gli investigatori e tutte le inchieste sullo stesso piano. Sceglie dunque l’onorevole compromesso che, quasi contemporaneamente, anche i colleghi Felisatti & Pittorru mettono in scena nei loro romanzi e sceneggiati televisivi “romani”: sullo sfondo della livida Milano che dicevamo, si muove così la Squadra Mobile, coi suoi uomini quasi esclusivamente di origine meridionale e arrivati sia al Nord che in Polizia senza una particolare vocazione che non fosse quella di guadagnare onestamente un salario; al di sopra, una magistratura inetta – quando non pavida nei confronti dei potenti – e la burocrazia questurina che è un tutt’uno col potere politico; al di sotto, una società non più contadina e non ancora interamente proletarizzata che ha perso le coordinate morali di un tempo senza averle sostituite con un nuovo quadro di valori.
In mezzo, lui, il commissario Saro Madonna, che Perria fa di tutto per ricondurre a una misura umana, troppo umana: aiutato nell’indagine dal brigadiere Lonigro e dal maresciallo Lo Cascio nel ruolo di volenterosi ma meri bracci esecutivi (anche se si scoprirà in un romanzo successivo che il secondo è impegnato nelle prime e segrete riunioni del sindacato di polizia), il detective centrale di Incidente sul lavoro è semplicemente un figlio dei tempi, uscito dalla piccola borghesia meridionale per far carriera, senza missioni di cui farsi interprete: e d’altra parte ha trovato il posto grazie a una scivolosissima raccomandazione di uno ”zio canonico in odore di mafia”.
Nel suo mondo non c’è spazio per le sfumature, il Male e il Bene hanno confini definiti dal codice penale e dalla tradizione più da un’etica superiore: alla fine dell’inchiesta a lui interessa solo trovare una verità “tecnica” che faccia combaciare i pezzi sparsi del mosaico. E se le circostanze – o il potere politico da cui Madonna si tiene alla larga – tentano di vanificare i suoi sforzi investigativi, la sfida per la verità che ne nasce ha un’origine psicologica tutta individuale e solo secondariamente – molto secondariamente – al servizio della Giustizia.

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