LA MUSICA DELLE PAROLE NEI RACCONTI DI PAOLO DEL CONTE

LA MUSICA DELLE PAROLE NEI RACCONTI DI PAOLO DEL CONTE

Per i tipi della Oltre Edizioni è uscito il libro di Paolo Del Conte “La professoressa Da Ros”, un romanzo di raffinata scrittura che raccorda racconti di non ordinari anni di scuola. Qui pubblichiamo la prefazione che Seba Pezzani ha scritto al libro di Del Conte, al quale lo lega un sodalizio all’insegna della grande musica.

 

NON PER CASO

 

“È passato un tizio che mi ha chiesto di lasciarti il suo numero di telefono. Dice che vorrebbe suonare con te. Dice anche ha suonato con gente importante.”

Ero in giro con un chitarrista americano da una decina di giorni, quando il commesso del negozio di dischi della mia cittadina, Fidenza, che ogni tanto sostituivo, mi disse queste parole, sorprendendomi e solleticando la mia curiosità. Vorrebbe suonare con me? pensai. Ma se non sa nemmeno chi sono. La gente è strana, d’accordo, ma non poteva aver sentito come suonavo o cantavo. Non c’erano dischi a mio nome da nessuna parte e gli anni di YouTube non erano nemmeno negli orizzonti creativi degli scrittori di fantascienza. Che ti costa una telefonata? in fondo, pensai.

E così, alzai la vecchia cornetta e chiamai Paolo Del Conte. Almeno il nome me lo aveva lasciato. E da quella telefonata nacque un’amicizia che merita di essere raccontata, ma che avrei raccontato – come peraltro a volte mi è capitato di fare – solo agli amici, se Paolo ora non fosse sugli scaffali delle nostre librerie con il suo primo libro ufficiale. Ricordo solo che, dopo un breve scambio di convenevoli – una delle tante cose che abbiamo in comune è il rigetto delle smancerie, della cerimoniosità finta – si affrettò a dirmi che, se avessi accettato di andare a trovarlo per capire se tra di noi potesse esserci una sintonia spirituale ancor prima che musicale, avrei dovuto accettare che la sua era una casa in cui aleggiava un dolore grande. Parole che mi riecheggiarono in testa sulle prime rampe della strada sui colli piacentini che presto avrei imparato a fare quasi a occhi chiusi, la strada che dai piedi del bellissimo borgo medievale di Castell’Arquato, porta a Monterosso, una costa verdeggiante dove il terreno si tinge di rosso ogni volta che si volta una zolla e dove, non a caso, le vigne la fanno da padrone. “In questa casa aleggia il dolore.” Non una gran pubblicità, soprattutto per uno come me che, al tempo, a casa aveva la sua bella razione di guai. Eppure c’era un che di stuzzicante, un richiamo che andava al di là della curiosità e, di certo, della musica che, forse, avremmo potuto suonare insieme. Perché, come avrei sentito dire da Paolo tante volte, “certe cose non capitano per caso”.

Inutile soffermarsi sulle nubi che si addensavano sulla mia e sulla sua casa. La sua casa dei Del Conte si trova alla fine di una strada sterrata e si chiama “Big Pink”, come proclama un cartello di legno intagliato e verniciato dallo stesso Paolo, sulla porta di ingresso. Per chi non lo sapesse, “Big Pink” era la grande casa rosa di Woodstock che faceva da alloggio, sala prove e laboratorio creativo per The Band, una delle formazioni più innovative, eleganti e profonde nella storia del rock, nonché il gruppo che accompagnò niente meno che il vate Bob Dylan in uno dei periodi più cruciali della sua carriera. “Mica male come inizio”, pensai, mettendo piede nel suo sancta sanctorum, una stanza dall’illuminazione fioca, zeppa di chitarre acustiche – rigorosamente Martin – tappezzata di cartine degli Stati Uniti e foto di alcuni di quelli che, avrei presto capito, erano i nostri idoli comuni: lo stesso Dylan, il supergruppo Crosby, Stills, Nash & Young, Joni Mitchell, solo per citarne qualcuno.

Bastò quell’incontro e, forse, bastarono un abbraccio, due note suonate sulle nostre chitarre acustiche e poche parole per mettere immediatamente in chiaro una sintonia sorprendente. Perché una cosa nei lunghi anni di musica l’ho imparata: puoi condividere passioni identiche, ma, se non c’è una visione umana comune, l’arte non basta. Certo, cantare e suonare insieme, soprattutto suonare con le chitarre acustiche e cantare a tre voci, con un altro amico comune, è un’esperienza magica, in certi momenti quasi trascendentale, ma per avere un’autentica armonia vocale ci vogliono cuori che battano insieme.

A distanza di tanti anni, posso dire che le cose che hanno tenuto viva la profonda amicizia nata fra me, da una parte, e Paolo e la sua famiglia, dall’altra, esulano dalla semplice musica. Ancor oggi, visito spesso la nostra “Big Pink” e, inevitabilmente, si parla di tutto, dalla politica, al calcio, alla passione comune per la Juventus – già, non si può piacere a tutti – all’America e alle banalità quotidiane della vita. Dimenticavo, di cultura nel senso migliore del termine. “Cos’hai letto di bello, ultimamente?” “Hai un bel disco nuovo da consigliarmi?” Il film che ho visto l’altra sera mi ha deluso.” E via dicendo.

Ed è da conversazioni come quella che ho scoperto che l’amico Paolo, per anni stimatissimo e amatissimo professore di lettere in una scuola media, è un indiscutibile talento letterario. Delle sue virtù musicali, ovviamente, già sapevo. Paolo è un po’ un uomo d’altri tempi, uno che tende a schermirsi, a non mettersi mai sul piedistallo. Eppure, negli anni Settanta, il suo trio acustico si fece conoscere a Milano e non solo per aver abbracciato sonorità acustiche poco consone alla musica italiana, facendosi notare da alcuni dei cantautori più in voga al tempo e giungendo a due passi da un importante contratto discografico, con un progetto sostenuto da Pietruccio Montalbetti dei Dik Dik. La chitarra acustica di Paolo Del Conte, peraltro, figura in alcuni dei migliori LP di Lucio Dalla, Ron, Bruno Lauzi e altri ancora. Qualcuno forse ricorderà una puntata storica de “L’altra domenica” di Renzo Arbore in cui Lucio Dalla e Francesco De Gregori presentarono “Ma come fanno i marinai” live da Bologna: Paolo appare con la sua Martin. Ma, musica a parte, dicevo che la vera sorpresa sono stati i suoi scritti. Quando, un annetto fa, scoprii che si era messo a concepire una serie di racconti e me ne fece leggere alcuni, vi ritrovai immediatamente una qualità letteraria non comune. Devo dire che lo feci con una certa invidia, perché io stesso non sarei mai in grado di scrivere ciò che scrive lui. La sua unicità sta certamente nell’approccio, nostalgico e pratico al tempo stesso, con un costante ritorno a un periodo della sua vita, i tardi anni Sessanta e i primi anni Settanta, che furono prodighi di vibrazioni nuove, di slanci libertari e di grandi aspirazioni generazionali. Ma c’è molto più di un semplice richiamo dei giorni di scuola, di amici persi o ritrovati, di insegnanti d’altri tempi e, soprattutto, di ribellioni giovanili. Paolo Del Conte è un autore vero, un narratore DOC che, come spesso accade, per un puro gioco degli incontri non è rimasto nell’oblio dell’anonimato.

C’è tempo, Paolo. Il bello deve ancora venire.

Chi avrà la voglia di aprire il suo libro, avrà pure la fortuna e il piacere di perdersi tra le pagine e di sperare che l’oblio rischiato si trasformi in una successione di grandi storie per tutti. Questo è solo l’antipasto.

 

Seba Pezzani

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