L’ANITA EKBERG CHE NON CONOSCIAMO

L’ANITA EKBERG CHE NON CONOSCIAMO

di Diego Zandel

Un romanzo sulla malattia, la vecchiaia e la morte. E’ tutto questo il suggestivo romanzo di Alessandro Moscè “Gli ultimi giorni di Anita Ekberg”, edito da Melville. Non è un caso. L’autore, ancora relativamente giovane, cinquantenne, non ha conosciuto ancora la vecchiaia, ma la malattia e la morte, il suo incombere, le ha conosciute personalmente, eccome!, un’esperienza drammatica dalla quale è nato il suo interessantissimo romanzo autobiografico “Il talento della malattia”, edito da Avagliano  sette anni fa. Si trattava del racconto di quando, nel 1983, all’età di 14 anni, Alessandro Moscè scoprì di essere malato di sarcoma di Ewing, una malattia che colpisce i giovanissimi: meno di cento individui l’anno, in Italia, prevalentemente di età compresa tra i dodici e i quindici anni. Il sarcoma può aggredire in diversi punti del corpo, ma quello letale è quando si annida, come un mostro, anche ben evidente per il gonfiore e la durezza, nel bacino (solo due malati su 100 sopravvivono). Alessandro Moscè l’ha avuto nel bacino, ed è uno dei due malati della statistica, che si è salvato.

In questo nuovo romanzo, l’autore si fa intimo di una donna bellissima, Anita Ekberg, attrice in tanti film importanti, ma ricordata principalmente per la famosa scena del film capolavoro di Fellini “La dolce vita” dove camminava dentro la Fontana di Trevi a Roma sotto lo sguardo ammaliato e perplesso di Mastroianni, e la racconta. Lo fa in terza persona, ma è come se a confidarsi fosse Anita stessa, e le occasioni non mancano. Alessandro Moscè è andato a investigare, con lo spirito dell’ammiratore incondizionato,  nella vita della donna, nei suoi amori, i mariti, l’alcolizzato Antony Steel, attore fallito invidioso dei successi della moglie, idem il secondo Rilk Van Nutter,  e gli amanti o supposti tali che ha avuto, uno su tutti, Gianni Agnelli, ma anche – seppur più dubbi gli incontri sessuali – Salvatore Quasimodo. E Fellini, assetato di sesso, Risi… Lo fa con grande delicatezza, lasciando che sia la stessa Anita Ekberg a parlarne, campionessa di discrezione, di un suo pudore che la spinge, nella vecchiaia e nella malattia, quando andrà a finire i suoi giorni in una casa di riposo a Rocca di Papa, un paese dei Castelli Romani, dove poi sarebbe morta.

Più in generale, il racconto di Moscè spazia, tra il flashback dei ricordi, che con i più diversi artifizi narrativi – brilla una intervista con un presunto giornalista, Adriano Pellegatti – vengono a galla, alternandosi al triste presente, vissuto da Anita più con delusione che tristezza per il proprio decadimento fisico (ormai, dopo una caduta, vive tra stampelle e una sedia a rotelle). La rammarica che non sia stata presa in considerazione come attrice anche da vecchia, offrendole altre parti, di donna anziana, madre di qualcuno, relegando il suo ruolo solo ed esclusivamente alla sua prorompente bellezza. Ma non è comunque che, pur nella vecchiaia, la sua vita sia tutta grigia. Si ritrova con pochi amici, un prete dedito all’alcol, una vicina di camera con la quale non disdegna le uscite in trattoria, vecchi ammiratori. Ma lo spirito è sempre vivo. “Anche a ottant’anni si sogna l’amore, lo si veste di promesse. I fantasmi della lussuria ricordano Giulietta degli spiriti, la trasparenza del reale, la trasgressione, i freni inibitori. Ma da infermi non rimane che quel quadernone da riempire.” E Mino, che gli porta le ciambelle. Forse lui vorrebbe, “involontariamente, farle un’offerta”. “Mino le viene a far visita dopo il pranzo. Giocano a scopa e tresette. E’ l’unico uomo che non le ha mai chiesto nulla sulla dolce vita, sui film, sul suo passato glorioso. Anita è una donna come tutte le altre”. Ma non lo è. Il lettore se ne avverte perché il suo tempo, quello della sua gloria, i personaggi che incontra nella normalità della sua vita, hanno fatto la storia di quel tempo. La storia del cinema, della letteratura, del costume.

Il romanzo di Alessandro Moscè è anche questo, un romanzo per certi versi storico che utilizza la chiave di lettura di una donna, un’attrice, che abitava i suoi sogni di adolescente. La sua grande capacità è stata quella di aver saputo amalgamare in un disegno unico e compatto, per certi versi magistrale, i tanti materiali dai quali ha attinto informazioni sull’attrice. Il risultato è un romanzo che si legge di un fiato e che ci fa riflettere sul trascorrere del tempo.

 

 

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