L’ARCIPELAGO NARRATIVO DI ALJOšA CURAVIC

L’ARCIPELAGO NARRATIVO DI ALJOšA CURAVIC

La grande scrittrice istriana Nelida Milani ha recensito per “La Voce del popolo", quotidiano della minoranza italiana in Istria e a Fiume il romanzo di Aljoša Curavić, Una vita in secca, edito da Oltre Edizione e acquistabile sul nostro sito www.fenicebookstore.it

di Nelida Milani

In copertina alcuni versi di T. S. Eliot tratti da Waste Land (“Quel cadavere che l’hanno scorso hai piantato nel tuo Giardino, / ha cominciato a germogliare? / Fiorirà quest’anno?”),  che il poeta canta attraverso la voce profetica di Tiresia,  pongono al centro il corpo politico in estinzione, il processo di corruzione del corpo morto, come metafora di una città irreale, guasta, desertica, dove gli uomini si muovono come dannati e i cadaveri in giardino non germogliano più. La poesia non può più consolare né elevare là  dove nulla è eroico e dove il mito s’è svuotato. Fin dalla copertina intristita dall’albero con rami contorti e stecchiti,  Una vita in secca, ultimo romanzo di Aljoša Curavić, non promette bene, lascia intuire una strada grama.

La nostra è la prima società senza totalità, che non si lascia ridurre, e non c’è più un discorso che sussuma in un orizzonte di senso tutto ciò che accade, e  non c’è più uno spazio fuori dal multiverso in cui viviamo che è un sistema ad alta complessità fatto di discorsi, immagini, media differenti, soggetti che articolano le proprie narrazioni. La vita è molto complessa e l’autore Aljoša Curavić la rappresenta  adottando il genere meticcio del racconto letterario intrecciato con l’indagine giornalistica e la ricerca storico-documentaristica per una coralità di vicende diverse nel loro collegarsi e sovrapporsi nella compressione  spaziotemporale di un’area di confine ex veneziana, ex austriaca, ex italiana, ex jugoslava, sottoposta alla dinamica di annientamento del Vecchio e alla nascita stentata del Nuovo, a ridosso di una frontiera che spacca(va) il mondo in due. Ne nasce un arciplelago narrativo, dalla natura rapsodica e frantumata, che cerca di raffigurare la totalità del presente salvando brandelli del passato.

C’è molta trama e intricatissima. Già mettere insieme i membri della famiglia del pittore Dragan sceso dal nord-est è impresa non facile; o seguire il tragitto del bus della Linea

  1. 2; o il comportamento del giornalista bicefalo Marij Anton Krogla/Mario Antonio della Boccia, scaltro nel destreggiarsi tra ideologia comunista e nazione-madre; o seguire le improvvise apparizioni  del misterioso uomo togato

(evocante il podestà Sebastiano Contarini?), finto suicida ma omicida di Mario;  o la storia della Torre rossa con orologio, come primo furto fatto al paesaggio; o la riflessione sul doppio e sull’identità che unitamente a Mario/Marij interessa tutta quanta la CNI;  o la vita del diabetologo veneziano di origini istriane Davide Santin, del suo affrontare la medicina con spirito filosofico, delle sue amicizie americane, dei suoi amori e della sua missione in Africa con Medici senza Frontiere spariti senza lasciar traccia  in un deserto africano in seguito ad un incidente aereo;  o la presenza di donnine dell’est che si propongono con calda generosità; o gli avvenimenti relativi ai ladri esportatori di opere d’arte già “trafugate”; o l’intrecciarsi di incontri  e ‘cenacoli’ dei maggiorenti  e degli sponsor per la candidatura di Kaštel/Castello a capitale europea della cultura; o gli orli sfumati del sogno di Davide  nel castelletto che trasudano malessere e oscure premonizioni,  ecc. ecc. ecc.

L’ironia aiuta a smascherare le imposture indagate con dovizie di particolari, svela la corruzione nella pubblica amministrazione, schernisce ministri, preti e nuovi governanti, la loro vacuità, i loro progetti megagalattici, il loro sfrenato arrivismo, la corruzione, la brama di potere e soldi utilizzando i principali mezzi di comunicazione di massa mediatici. Secondo il ragionamento logico di chi governa i territori, i potenti di turno viaggiano spediti e dritti come un treno nei loro piani di riforma che riguardano la sparizione dell’antica via che collegava la città al monte San Marco, il prosciugamento e  la bonifica di bacini acquitrinosi e palustri con potenti colate di cemento, la costruzione della costa operativa e del porto commerciale,  l’ampliamento di strade,

la costruzione di binari e  raccordi, la nascita della circonvallazione. Sullo sfondo di Castello, poi

Castello/Kaštel, poi ancora, come conviene, Kaštel/Castello, tanto concreto per Capodistria quanto simbolico per tante altre cittadine istriane, si registra un cambiamento in atto, una topografia coatta caratterizzata da prepotenze mutilanti, una  trasformazione che riduce in polvere la storia e pone tutto un mondo sotto l’onda d’urto di una potente metamorfosi che fa perdere al luogo il genius loci.

Pezzi del vecchio assetto urbanistico, sedimentati nelle vene della città, formano insieme alle nuove strutture l’odierno tableau nato dall’imperfetta e dolorosa saldatura  tra vecchie e nuove dinamiche politiche, economiche, finanziarie, sociali  e culturali, in cui  le relazioni sono ancor sempre assillate da comportamenti del passato che non sembrano esorcizzabili.

 

L’invenzione pura non esiste. La finzione è necessaria, essa ci salva, noi esseri umani non possiamo vivere senza fiction, perché la realtà è dura, aspra, spesso sgradevole. Curavić impasta insieme realtà e fiction. I suoi personaggi sono dei piccoli Frankenstein, perché sono costruiti con frammenti di persone reali. Sembrano arrabattarsi nelle secche dell’impossibilità. Rari i grandi sentimenti – salvo quello umanitario in Davide Santin, l’alter ego di Luca Sinicovich – e tante invece  le meschinità di individui mediocri, arrivisti,  doppiogiochisti, faccendieri da strapazzo, esseri spregevoli e puttanieri.

Il lavoro di un romanziere è quello di farsi domande e gli anni Novanta sono stati terreno fertile per porsi dei dubbi. Nel coacervo di storie, di percorsi, di tracce, si pone la questione di quale sia il tema centrale, di quale sia stata l’ossessione di partenza e quale la Domanda che l’autore si è posto  osservando, nella transizione, un mondo che finiva e un altro che non cominciava.

La Domanda riguardava forse il confine? È quello il tema centrale? Curavić affonda il suo bisturi nella linea grigia italo-slovena e racconta la difficoltà con cui gli umani portano in giro la propria vita in secca, come per effetto di una drammatica e irreversibile bassa marea, perché è proprio lui – il confine – la stella polare del movimento: frena gli spostamenti e li circoscrive, altera i trasferimenti, obbliga in strettoie linguistiche, emotive e architettoniche. Il confine con la sua natura predatoria sfilaccia e corrompe la dignità delle persone, provoca una scissione dell’esistenza, nega i luoghi della vita, deruba la vita fino ad ucciderla, per suicidio o per omicidio. Ha il volto della morte che s’intravede dietro le nuove barriere antimigranti. Perciò il confine era malattia e malattia resta. Inguaribile. E anche quando l’ultimo confine sarà abbattuto fisicamente, resterà malattia inguaribile nella sua invisibilità.

O forse la Domanda riguarda il rapporto tra il soggetto e il suo doppio, l’ossessione dell’identità, della sua frantumazione, dell’accettazione della metamorfosi, dello sdoppiamento, del doppio e dell’ibrido, del desiderio di congiungere le parti, del permanere in uno stato di frustrazione o di servilismo volontario oppure sottrarsi, scegliere di andarsene, mollare, abbandonare, fuggire, come ha fatto il padre di Davide.

O forse la Domanda è rivolta all’acqua, alla vera protagonista? Con la sua struttura liquida circolare – per  cui la bassa marea dell’inizio coincide con la bassa marea della fine, tanta strada per arrivare al punto di partenza come nel gioco dell’oca. Mi è venuta in mente La lettera rubata di E.

  1. Poe. Il modo migliore per nasconderla è quello di metterla in bella mostra là dove nessuno andrebbe a cercarla, cioè sul tavolo. Per cui la perquisizione della polizia che cerca la lettera rubata non dà alcun risultato, perché viene cercata nei luoghi più nascosti e alla fine si ritrova dove nessuno era andato a cercarla: in bella mostra sul tavolo. Questa è l’operazione fatta da Curavić: ha posto la sua “lettera rubata” in mezzo a tantissime altre narrazioni. In mezzo, sotto, sopra, ed è sempre e solo l’acqua. L’onnipresente, l’onnipervasiva acqua, sulla quale galleggiano tutte le narrazioni. Non c’è un punto di verità nell’acqua. Acqua stagnante, paludosa che avviluppa, che ingurgita tutto, che lega, che impedisce il cambiamento. Che le sue vittime si trovino a New Orleans, sotto la pioggia notturna omicida e muoiano di sete durante l’uragano Katrina disidratati dalla siccità piena d’acqua, o si trovino lungo la costa slovena vittime di incidenti vari, o sia un mare diventato obitorio a cielo aperto, o sia quell’acqua invocata dal poeta Gregorčič a straripare per affogare le orde di stranieri, o che  appartenga alla memoria incistata nell’infanzia di Davide, poi diventato adulto di fronte alla laguna di Venezia – c’è sempre un gorgo d’angoscia che governa l’eterno respiro del mare che bagna tanto Castello quanto Venezia o, dal mare, la poco lontana New Orleans.

È forse il mare in ritirata il protagonista di questa vita in secca? O esso è soltanto lo sfondo su cui si muove e avviene qualcos’altro? Quel qualcos’altro che si chiama stile. Ed è questo “qualcos’altro” a creare e trasmettere senso.

Abbandonata in maniera radicale (e Curavić in larga parte  lo ha fatto già nella produzione letteraria precedente) la narrazione tradizionale novecentesca storicista, messianica, ottimista, marxiana, pedagogica e moralista, le cui opere svelano l’esperienza terribile del Novecento mostrando  come le innumerevoli catastrofi siano state prodotte da visioni positive e ottimistiche, da ideologie e da progetti che hanno messo in gioco “tutto" pur di mirare alla propria realizzazione e abbandonate le filosofie del Progresso e le utopie dell’Uomo nuovo nel cui ottimismo covava un potenziale distruttivo inimmaginabile, forse lo scetticismo e l’ironia  di Curavić tendono a proteggere meglio la vita, a salvarne i fondamenti?  Del resto, il compito dello scrittore è proprio quello di disturbare e inquietare le coscienze e non di tranquillizzarle. Facendo uso di parametri culturali ed estetici odierni.  Aljoša Curavić non è uno che dice cosa è bene e cosa è male: insegna a utilizzare la luce della ragione. È facilmente condivisibile il suo dubbio che sarà molto difficile rendere trasformabile questo presente in secca che si presenta come un destino ineluttabile, destinato a permanere eternamente su tutto il giro d’orizzonte. Il mondo non può essere trasformato ma ci si può adattare ad esso come unico mondo possibile, dimenticando le promesse redentive del passato e cercando almeno delle chances emancipative rispondenti ai tempi e alle mode.

Balza  agli occhi il montaggio filmico del libro: le inquadrature, la divisione in tre tempi con un epilogo e un’uscita d’emergenza, ogni tempo spezzettato in capitoletti simili ai fotogrammi di una sequenza che a volte gira a nastro riciclando se stessa (il leitmotiv del torsolo della mela lasciato sul bancone della pasticceria albanese, o il taccuino inseparabile nel quale Mario registra ogni muoversi di foglia, ecc.), tagli discontinui che sovvertono l’ordine cronologico della narrazione e rendono difficile seguire il filo della storia. In questa poetica del frammento i  tasselli assumono un senso sia da soli (la razza canina, l’Indice dei libri proibiti, il nematonotus spinosus, il branzino in crosta di sale cotto in forno, la filosofia del “quasi”, i versi di Mohamed Ali Babà sul retro degli annunci  mortuari, la dispersione delle ceneri o l’affidamento del corpo alla terra, ecc.)  – tanto che possiamo tranquillamente  saltare un paragrafo senza sentire la narrazione incompleta – oppure leggerli insieme al tutto  trovando un senso più ampio in virtù della matrice aperta e polifonica del libro che si presenta come un involucro atto ad includere la poliedricità dell’esperienza, la pienezza della vita.  A prescindere dall’influenza cinematografica, Curavić usa tecniche stilistiche peculiari quali l’ambiguità, i paradossi, l’iperbole, l’indeterminatezza, lo spaesamento, gli angoli morti, i punti ciechi, forti suggestioni e digressioni storiche, filosofiche,

gastronomiche, linguistiche, letterarie. Fra una storia e l’altra si possono degustare pagine piene di poesia, dove l’anima della natura penetra nella psiche dei personaggi come se ci fosse davvero un’armonia nella creazione. E poi c’è l’ironia. Sicuramente l’ironia non aiuta a risolvere i problemi, ma è una dichiarazione di dignità, è l’affermazione della superiorità dell’essere umano su quello che di brutto gli capita nella vita. L’ironia arriva circolarmente un po’ dappertutto, penetra le zone grigie, permette di guardare il mondo da un’altra angolazione, è il contravveleno alle ipocrisie sociali e alle idee precostituite.

Ritengo che le operazioni metaletterarie siano significative tanto quanto i contenuti letterari. E fors’anche di più. Ritengo che la risposta alla Domanda e alle ossessioni dell’autore venga data dal libro tutto intero, dal suo insieme, dalla forma che si è fatta contenuto. Il vero contenuto del libro è la forma della narrazione. Dalla prima all’ultima pagina è la forma che guida la ricerca. Come a dire che qui lo stile non è fine a se stesso ma portatore di senso. Alla fine la risposta è che non c’è risposta alla Domanda, ossia la risposta è il libro, cioè l’intera ricerca. Ma non è una risposta chiara tassativa univoca, bensì  è una risposta ambigua, equivoca, poliedrica, ironica, cioè la stessa Domanda è la risposta.

Naturalmente il giudizio  che qui avanzo è una delle possibili mappe di lettura di un testo narrativo complesso e multiforme, che rimane aperto a molteplici interpretazioni. La nostra editoria sta attraversando un periodo di grave depressione. E, per riflesso, le nostre scritture sembrano aver perso molta della loro vivacità. È cambiata profondamente la comunità italiana nella sua composizione, nei suoi modi di lavoro e di vita, nei suoi bisogni e rapporti con la realtà e l’immaginario, nei suoi sistemi di comunicazione, in cui alla scrittura/letteratura sembra riservato uno spazio sempre più marginale e irrilevante. Il colpo d’ala che le ha impresso Una vita in secca potrebbe produrre un effetto di rilancio, potrebbe suscitare il gusto dell’innovazione . Inutile la letteratura? Inutile ma necessaria. Può anche cambiare il mondo e farlo uscire dalle secche se- leggendo- cambia la percezione che il lettore ha del mondo. Quindi: leggere Curavić.

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