Regina Viarum

24.00


La Campagna romana – che l’Appia antica, col suo percorso quasi sempre rettilineo, taglia in due con un colpo d’accetta – è un tema che ha colpito ed affascinato, e non poteva non farlo, la fantasia, l’immaginazione e l’arte di numerosi artisti che si sono avvicinati ad essa sempre con entusiasmo e trepidazione, quasi intimiditi da quella solennità dell’Agro che mal si prestava a essere “tagliata” in un quadro.

Questa Campagna, infatti, ha offerto inesauribili spunti per i pittori, sì da rappresentare una grande musa ispiratrice dei paesisti romani con le sue meravigliose, poliedriche e pur contrastanti “vedute”: la Città eterna – l’Urbe per antonomasia – con tutte le testimonianze delle civiltà che in vicende alterne fiorirono in essa e si sovrapposero l’un sopra l’altra compendiandosi come tessere di un mosaico non in orizzontale ma in verticale; le città morte – Ostia e Ninfa, la prima con le sue colonne mozze ancora pregne di idealismo pagano, l’altra con i suoi rosoni imbevuti di misticismo cristiano – entrambe solenni, più che per il fasto di un tempo, per il silenzio quasi irreale che rappresenta la loro unica voce; i laghi di Albano e di Nemi – Speculum Dianae – con le loro leggende, ancora non sopite, di Ninfe e di Dee; gli acquedotti e le strade consolari in rovina – prima fra tutte la Regina viarum, la Via Sacra – attestanti un passato glorioso di legioni in marcia trionfante; le Paludi Pontine, con i butteri febbricitanti per la malaria che pur non riusciva a tenerli lontani dai suoi malsani acquitrini; mandrie di bufali e di cavalli selvaggi, abbagliati dal sole accecante, condannati a “vivere morendo”, che si rincorrevano quasi impazziti.

Casa Editrice : LuoghInteriori

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Description

«Appia via … ove condurrai tu la mia anima impaziente che d’avidità risfavilla?»

Gabriele D’Annunzio, Alcione, ditirambo I (1899-1903)

La Campagna romana – che l’Appia antica, col suo percorso quasi sempre rettilineo, taglia in due con un colpo d’accetta – è un tema che ha colpito ed affascinato, e non poteva non farlo, la fantasia, l’immaginazione e l’arte di numerosi artisti che si sono avvicinati ad essa sempre con entusiasmo e trepidazione, quasi intimiditi da quella solennità dell’Agro che mal si prestava a essere “tagliata” in un quadro.

Questa Campagna, infatti, ha offerto inesauribili spunti per i pittori, sì da rappresentare una grande musa ispiratrice dei paesisti romani con le sue meravigliose, poliedriche e pur contrastanti “vedute”: la Città eterna – l’Urbe per antonomasia – con tutte le testimonianze delle civiltà che in vicende alterne fiorirono in essa e si sovrapposero l’un sopra l’altra compendiandosi come tessere di un mosaico non in orizzontale ma in verticale; le città morte – Ostia e Ninfa, la prima con le sue colonne mozze ancora pregne di idealismo pagano, l’altra con i suoi rosoni imbevuti di misticismo cristiano – entrambe solenni, più che per il fasto di un tempo, per il silenzio quasi irreale che rappresenta la loro unica voce; i laghi di Albano e di Nemi – Speculum Dianae – con le loro leggende, ancora non sopite, di Ninfe e di Dee; gli acquedotti e le strade consolari in rovina – prima fra tutte la Regina viarum, la Via Sacra – attestanti un passato glorioso di legioni in marcia trionfante; le Paludi Pontine, con i butteri febbricitanti per la malaria che pur non riusciva a tenerli lontani dai suoi malsani acquitrini; mandrie di bufali e di cavalli selvaggi, abbagliati dal sole accecante, condannati a “vivere morendo”, che si rincorrevano quasi impazziti.

La “terra” della Campagna – a volte semplice e naturale piedistallo di ruderi romani, a volte malinconica e sconsolata nel suo millenario silenzio, rotto solamente dalla solennità delle antiche vestigia, dei templi e degli acquedotti, ancor più solenni perché diroccati e da secoli in uno stato di tragico abbandono – è stata più di una volta immortalata, al pari della civiltà che ogni sasso rievoca, da una miriade di pittori che hanno voluto fissarla nelle loro tele quasi nel timore che il tempo potesse cancellare, se non la sua testimonianza storica, quell’atmosfera che vi si respirava, forse prevedendo che l’attuale generazione dei “consumi”, l’avrebbe quasi del tutto soffocata con il cemento.

Le “piante” non sono rappresentate solamente dai pini alti e maestosi, non tanto dai cipressi snelli e solenni, dagli ulivi mesti e silenziosi, dai lecci oscuri e bassi della prima parte dell’Appia, ma soprattutto dai folti cespugli di rovi pieni zeppi di fiori di campo e di rose selvatiche, dalle mimose, dalla ginestra, dai canneti, dai girasoli impazziti di luce che vegetavano nella parte un tempo impaludata di questa via.

Le “bestie”, tanti bufali, pecore e altrettanti cavalli, molto spesso compaiono in tele, acquarelli ed incisioni e gareggiano con la “terra” per non essere sopraffatte dalla bellezza di questa, quasi coscienti del tempio nel quale hanno avuto il privilegio di pascolare; ed anzi, e neanche di rado, sono proprio gli animali a essere l’oggetto, o meglio il soggetto rappresentato, non avendo bisogno di alcuno sfondo o panorama, se non una contorta stanga di una staccionata, per attivare l’attenzione e l’interesse del pittore.

Gli “uomini” di queste lande deserte sono gli unici a trovarsi a disagio e fuori posto e forse per questo compaiono raramente nelle tele; solo i volti dei contadini, dei mandriani, dei butteri e dei pastori, nella loro rozzezza e primitività, esprimono con dignità e solennità le ore nostalgiche dell’attesa a guardia delle mandrie e quelle aspre del lavoro nei campi; ma a ben guardare le rughe delle loro fronti e gli incavi delle guance scavate, somigliano più alla terra arata e pronta per la semina, che a parti di volti umani.

E nella terra, accanto agli animali e agli uomini, tra i ruderi e le piante, le “opere” del duro lavoro dell’uomo, i casolari abbandonati, isolati o ammucchiati a villaggio, i fienili, i covoni, i recinti e le staccionate sgangherate, i lavatoi, i carri e gli aratri dimenticati, i pagliai già mozzi e pur solenni più

delle cupole di una cattedrale; e poi tanto verde nell’erba dei prati e negli alberi e tanto azzurro nel cielo e nei corsi d’acqua.

Tito Livio nel suo Ab urbe condita (IX, 29) così documenta l’apertura dell’Appia nel 312 a.C.: «Quell’anno fu famosa la censura di Appio Claudio e di Caio Plauzio, ma più glorioso nome gode presso i posteri Appio, perché costruì la via e portò l’acqua a Roma»; nei cinque anni della sua censura Appio Claudio aprì l’Appia fino a Capua con un piano battuto a massicciata che, solo nel 258 per opera dei fratelli Ogulnii (con il ricavato dei beni confiscati agli usurai) fu pavimentato nel primo miglio da Porta Capena al Tempio di Marte con saxo quadrato ossia con blocchi parallelepipedi di tufo e tre anni dopo fino a Boville con blocchi di lava basaltina; nel 268 venne poi selciata fino a Benevento e intorno al 190 raggiunse Venosa.

Il prolungamento sino a Taranto e a Brindisi, ideale testa di ponte verso la Grecia e l’Oriente, lo dobbiamo a Traiano che in parte ne modificò il tracciato presso Terracina, tagliando uno sperone di roccia (il Pisco Montano) che, impedendo il passaggio lungo il mare, costringeva a salire sulla montagna quasi sino al Tempio di Giove Anxur e poi ridiscendere nel versante campano.

L’Appia antica, partendo dalla scomparsa Porta Capena usciva dalla città attraverso Porta San Sebastiano e subito dopo i nove chilometri che attraversavano il territorio di Velletri si inoltrava nelle Paludi Pontine infestate sino agli inizi del Novecento dalla malaria e con quella sua linea inflessibilmente retta superava «quella Palude fastidiosa» ricorda Plinio «con un vero prodigio, come se per sostenere il peso delle pietre enormi dell’Appia un altro Ercole avesse fatto emergere dall’acqua quel grande e solido terrapieno».

Mentre Percy Bysshe Shelley percorrendo l’Appia ammetteva con enfasi che «Nessun luogo desolato fu mai né più sublime né più bello» quel sensibile pedagogo Aristide Gabelli appena questa Via penetrava nelle Paludi si chiedeva: «Che è questa miniera guardata dalla arpie, che promette oro e comincia col dispensare perniciose, questo enigma dei naturalisti e dei medici, questo amore dei pittori, questa tomba dei contadini, questo tormento degli economisti, così tristemente grandioso, così bello e crudele?».

Dobbiamo al poeta epico dell’età dei Flavi, Publio Papinio Stazio (45-96 d.C.) quei versi delle sue Silvae (II, 2) che immortalano l’«Appia longarum teritur Regina Viarum» per lo splendore di quei monumenti sepolcrali, ai lati di gran parte del suo percorso, quasi sempre rettilineo, che ne ornavano i bordi in quanto le leggi romane proibivano di seppellire i morti all’interno della città.

È ora di iniziare il viaggio sulla Regina viarum e, anche se questo itinerario sarà più iconografico che letterario, i quadri non andranno guardati ma letti in quanto altro non sono che la trasposizione pittorica di un linguaggio poetico come ha insegnato a tutti noi Ivàn Sergeevič Turgenev che, nel suo viaggio lungo l’Appia, dopo aver ammesso di aver intravisto in quei luoghi «una bellezza immortale e insieme la nullità di tutto ciò che è terreno e nella nullità la grandezza, qualche cosa di profondamente triste, ma che concilia, solleva l’anima», concludeva con enfasi confessando, con uno stupendo ossimoro, che non era possibile riprodurre quei sentimenti in quanto erano impressioni sonore che meglio di tutto potevano essere rese dalla musica!

Mi auguro, quindi, di poter creare e suscitare nei lettori non tanto turbamenti, emozioni e suggestioni, e tanto meno conoscenza, quanto semplicemente stupore ossia quell’entusiasmo che entra d’impeto nei cuori, senza neanche il filtro della mente, restituendo e amplificando stati d’animo esaltanti ed irripetibili e quindi, in un vicendevole scambio di ruoli, le vedute si “animeranno” con le parole e queste si “coloreranno” con le immagini.

Spero di riuscire a farmi comprendere, per quanto possibile, con parole semplici e coinvolgenti anche dai profani, in quanto credo che i libri d’arte e in particolare i cataloghi delle mostre debbano avere quali destinatari prioritari i lettori ed il pubblico e non quindi i soli studiosi; tali considerazioni, che spero siano anche le vostre, mi hanno dato la forza e il coraggio per intraprendere questo “viaggio” pur consapevole che non c’è nulla di più impegnativo al mondo che leggere un ennesimo libro su questo argomento, tranne forse scriverlo.

Dettagli del libro

Dimensions 24 × 29 cm
Editore

Luoghinteriori

Series

2019