L’ULTIMA PARTITA A SCACCHI DI  EMILIO STASSI LA VINCONO I RICORDI

L’ULTIMA PARTITA A SCACCHI DI EMILIO STASSI LA VINCONO I RICORDI

Di Gianfranco Franchi

Libro primo e ultimo dello scacchista fiumano Emilio Stassi, classe 1931, esule in Sicilia sin dal 1951, “Giocando a scacchi nei gulag di Tito” [Oltre Edizioni, 2017; euro 15, pp. 140] è un memoir della sua giovinezza, e della sua perduta quotidianità fiumana: è il memoir di un giovane antifascista che scoprì sulla sua pelle quanto illusorie e velenose fossero le promesse del “sol dell’avvenire” jugoslavo; è il memoir di un fiumano che si ritrovò prigioniero dei campi di concentramento titini, in compagnia di parecchi altri innocenti, dai leader politici socialisti caduti in disgrazia, come Božidar Magovac (tra i leader del “Partito Rurale Croato”), ai preti, come il suo vecchio parroco di san Nicolò, Don Arsenio Rusich; è il memoir di un uomo di quasi novant’anni, lucidissimo, che ritorna, oltre mezzo secolo dopo, su quel periodo prima tanto luminoso poi tanto lancinante e disastroso della sua vita, senza rabbia e senza risentimento, senza pregiudizi ideologici e senza paura di dare nomi ai colpevoli delle violenze, delle vigliaccherie e dei massacri, rossi, bruni o neri che fossero. È così un libro che può accennare, en passant, all’eccidio comunista dei dodici giovani istriani assassinati a Piemonte d’Istria, in campagna, nel febbraio del 1949: quei dodici stavano soltanto tentando di raggiungere l’Italia; è un libro che può ricordare quei 452 fiumani che subirono, in modo differente, le violente conseguenze dello scisma tra Urss e Jugoslavia, post 1948; è un libro che sa parlare dell’ecatombe del villaggio di Lipa, datata 1944: 269 cittadini italiani massacrati dai nazisti, a un passo da Fiume; è un libro che non dimentica le violenze e gli omicidi fascisti datati 1942, altrove, dalle parti di Prem, di Ilirska Bistrica, di Ratecevo Brdo, di Dolnje Bitinje.
Non solo. Questo è un libro che ricorda la feroce e primitiva pulizia etnica a danno degli italiani, commessa a Fiume e dintorni: 444 nostri compatrioti furono massacrati, tra maggio 1945 e dicembre 1945, per mano jugoslava; altri 29 vennero deportati, finendo dispersi. Uno dei 444 era il padre di Stassi, ideologicamente lontanissimo dal figlio.
Questo è un libro che, infine, sintetizza l’esilio come “malattia profonda”: una malattia e un’assenza: una condizione di cronica estraneità, a tutto. “Non soltanto l’assenza di un mondo, ma quel sentirsi altri in ogni dove”.

Tecnicamente, “Giocando a scacchi nei gulag di Tito” è giocato per alternanza di memorie; si fatica un po’, in qualche tratto, a ricostruire l’esatta sequenza cronologica delle sue vicissitudini e delle sue sventure – la disposizione irregolare e asimmetrica delle memorie (fiumane: del gulag: della Resistenza) potrebbe disorientare qualche lettore poco avvezzo alla lettura di vicende (novecentesche) fiumane o istriane. È bene avvertire i lettori occasionali o etnicamente estranei alle vicende di quelle terre.

A livello storico-documentaristico, il primo elemento di stupore, nella restituzione di queste oscure vicende di delinquenza titina, è che si tengano non nella sinistra isola di Goli Otok, la povera Isola Calva che, ormai ben lo sappiamo, ha ospitato un numero amorale di detenuti politici, in condizioni disumane; lo stupore è sentire elencati altri carceri – altri piccoli gulag. La letteratura italiana ha già ospitato memorie della ferocia totalitaria jugoslava e di Goli Otok: “Martin Muma” di Ligio Zanini, in questo senso, è un libro esemplare, incresciosamente poco e male pubblicato al di qua di Pola: Stassi ci racconta invece – ad esempio – del gulag a un passo da Stara Gradiška, “filo spinato, alte torrette di legno con fari e mitraglie, una decina di baracche e una trentina di misteriose cabine balneari”, dei lavori forzati dei carcerati, delle punizioni (“uno o più giorni di ‘samiza’, una specie di minicella, di una settantina di centimetri per lato, nella quale si poteva stare soltanto in piedi. Giorno e notte. Era una bara verticale con un foro all’altezza della testa, che serviva per respirare e per ricevere il pasto […]. Le bare erano sistemate come delle cabine balneari”). Racconta come si moriva e come ci si ammalava, da quelle parti, e quanto facilmente si deperiva; racconta come si perdeva di vista la realtà, come si finiva per smarrirsi. Come ha osservato il letterato dalmata Dario Fertilio sul “Giornale”: “È qui che il giovane Stassi concepisce un ingegnoso sistema per non impazzire: gioca a scacchi mentalmente con un compagno di prigionia, scambiando con lui la mossa successiva a ogni incrocio delle carriole che trasportano. Qualcosa che ricorda l’allucinatoria ‘Novella degli scacchi’ di Stefan Zweig: solo che l’ultima partita di Emilio non finirà mai, perché il suo avversario è inghiottito dal gulag”.

Qualche mese fa, a circa un anno di distanza dalla pubblicazione di questo libro, il vecchio Stassi è tornato alla casa del Padre, 87enne: il ricordo più dolce è stato pubblicato dalla rivista ufficiale isolana della Federazione Scacchistica Italiana: l’esule fiumano è stato commemorato come “uno dei primi maestri siciliani di scacchi”: “maestro siciliano”, avete letto bene. “A Messina” – continuava l’articolista “coltivò la sua passione per il gioco degli Scacchi e trovò la sua vera casa e la serenità. Fortissimo giocatore, è stato storico riferimento per gli scacchisti siciliani”. A Messina il nostro Stassi s’era stabilito, sin dal 1951, con la famiglia, lavorando per oltre trent’anni nel Cantiere Navale Rodriquez, come progettista e dirigente: siciliano veniva ormai considerato dai suoi nuovi concittadini. Invece era un fiumano di via dell’Istria – nato in quella strada che per qualche decennio venne chiamata “via della Santa Entrata”, in omaggio a d’Annunzio e ai suoi legionari; era un fiumano che se ne era andato a lavorare al Silurificio Whitehead già a sedici anni, perché a casa non bastavano più i soldi; era un fiumano sanguemisto, di padre italiano e madre croata, uno che in casa sentiva parlare soltanto dialetto fiumano; era un fiumano antifascista, uno che “sognava la democrazia” e s’era ritrovato di fronte alla piaga tossica del comunismo: “il sole radioso dell’avvenire stava sorgendo e per Fiume iniziava il tragico tramonto della sua singolarissima storia”. Era un ragazzo che abitava una città amatissima, complicata e multietnica, e tuttavia all’epoca ancora fedele alla sua storia e al suo dialetto; era uno che non poteva neanche lontanamente immaginare di quanta cattiveria e quanta bassezza fossero capaci gli esseri umani, nel nome dei dogmi totalitari. È uno che poi ha vissuto per oltre mezzo secolo in un mondo in cui le cattiverie e le crudeltà dei titini non si potevano raccontare, per una serie imperdonabile di ragioni: figurarsi parlare dei loro gulag. Quei gulag nemmeno esistevano, per certi partiti italiani, e per certi italiani: mai esistiti. Come se non bastasse, a casa, no, non si poteva più tornare. Fiume era diventata Rijeka, era stata croatizzata, la nostra gente, dopo millenni, era diventata minoranza assoluta: sostanzialmente non c’era più.

“Fiume è ormai lontana, giace sepolta in una caverna, assieme ai primi vent’anni di un vecchio. Qualche volta, nei suoi sogni, quel vecchio la sogna. E allora vaga per le viuzze semibuie della città vecchia, entra nella pasticceria Sari, passeggia nell’odore di alghe e mare del Molo Lungo. A volte siede con gli amici all’osteria Bernas. Gli amici ci sono tutti, non manca nessuno. E parlano di tante cose di un tempo, della Fiumana, delle nuotate a Cantrida. Poi tutti insieme vanno a guardare il golfo sotto la luna. Si scorgono le isole, la Bocca Grande, il Monte Maggiore. Ma ormai si è fatto tardi e gli amici se ne vanno e alcuni si arrampicano sulle corde luminose che pendono dal cielo e ritornano ai loro paradisi. Il vecchio si sveglia e non ricorda nulla del suo sogno. Ma, per tutta la giornata, si sente un po’ stanco e molto molto triste. Era la tristezza di tutti coloro che hanno perso la propria terra” [Emilio Stassi]

Ho letto con gratitudine, con stupore e con tanta amarezza. Quanta ingiustizia, quanta disgrazia, quanta tristezza. Quanta dignità, quanta compostezza.

Gianfranco Franchi, novembre 2018.
Prima pubblicazione: Fenice Bookstore.

Per approfondire: Intervista alla “Voce del popolo” / commemorazione in “Sicilia Scacchi”.

EAN: 9788899932077

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