MI SENTO UNA SCRITTRICE NON DI FRONTIERA, BENSI’…  SENZA FRONTIERE

MI SENTO UNA SCRITTRICE NON DI FRONTIERA, BENSI’… SENZA FRONTIERE

Una intervista alla scrittrice di origine magiara Agi Berta per Fenicebookstore, il Magazine della libreria on line dove, oltre che nelle librerie, potete acquistare il  suo bellissimo libro “Confini incerti”, pubblicato da Oltre Edizioni.

In occasione di Book City, l’autrice parteciperà domenica prossima 17 novembre, alle ore 16, presso la Civica Scuola Interpreti e traduttori “Altiero Spinelli”, in via Carchidio 2 – Milano a una discussione dal titolo “Oltre i confini” con Aljoša Curavić, Lucia Bellaspiga e Diego Zandel.

 di Diego Zandel

Agi Berta, il tuo libro “Confini incerti”, che racconta la storia della tua famiglia, caratterizzata dal fatto di essere originaria di un paese al confine tra Croazia, Ungheria e Austria, s’inserisce in quella letteratura di frontiera che è nata un po’ dovunque, in Istria, in Vojvodina, in Alto Adige, per questo penso ad autori come Joseph Zoderer, o altrove se penso al premio Nobel Herta Müller, e così via altrove. Ti vorrei chiedere cosa significa, per uno scrittore di frontiera, scrivere in una lingua piuttosto che in un’altra in uso nello stesso paese d’origine?

Mi poni quesiti difficili.
Non è facile definire chi è e chi non è uno scrittore di confine. Io ho risposto d’istinto di non sentirmi scrittrice di frontiera, anche perché le categorie stesse hanno i loro “confini intrinseci”, che mi vanno stretti, ma riconosco, che le cose non sono così semplici.
Certe esperienze, come quella tua personale di esule fiumano, sradicato dalla tua terra, nato e cresciuto in una comunità sradicata dalla propria terra, e reso ancora di più di frontiera dal muro del campo profughi in cui avete vissuto per tanti anni, sicuramente condizionano la propria formazione e la percezione di sé. Ma i recinti della realtà sovente fungono anche da stimolo per sperimentare l’altro. Le tue esperienze certamente dolorose ad un certo punto sono diventate forza e originalità.
Io non avevo vissuto una storia così drammatica, almeno non da bambina. La mia fortuna credo che sia stata un’infanzia tutto sommato serena, che mi aveva “armato” ad affrontare le sfide che i successivi cambiamenti inevitabilmente mi avevano proposto. Anch’io avevo cambiato paese, ma per un mio libero desiderio, non come imposizione esterna. Più che scrittrice di frontiera, preferire definirmi scrittrice che cerca di ignorare i confini.
O che cerca in ogni nuova realtà ciò che ci unisce.
Questi cambiamenti, seppur desiderati, però mi hanno messo spesso di fronte a nuove realtà, ad abitudini lontani dal mio sentire, a ruoli che rifiutavo. Vedi, io per esempio non ho mai percepito il mio essere donna come una limitazione all’autorealizzazione, in Italia, però dovetti far conti con una realtà diversa. Oggi la situazione è capovolta: in Italia, che in questi 40 anni ha avuto una crescita sociale e culturale in questo campo, mi sento molto più libera che non in Ungheria, dove recentemente hanno “riesumato” e rilanciato il ruolo della donna come l’angelo del focolare.
Le vicende narrate nel mio libro per motivi storici, potevano accadere solo da quelle parti, però il modo di sentire dei personaggi, i loro desideri, credo che fossero universali.
Chi di noi non ha avuto una lontana parente bellissima, che, come il personaggio del mio libro, Irene, aveva cercato di sfruttare la propria bellezza per un “buon matrimonio”? Oppure la decisione di Nandor Junior che si era schierato con i nazisti nel 1944, quando tutti sapevano che i tedeschi avrebbero perso la guerra, non può essere accostata alla decisione di tanti giovani italiani che avevano aderito alla repubblica di Salò? Ma ancor più “universale” è l’esempio di Eugenio, che si ribella alle aspettative familiari che lo vogliono “restauratore delle antiche glorie”, e si arruola nell’esercito dei rivoluzionari comunisti, per combattere contro il suo stesso ceto. Un Eugenio, in un contesto molto diverso e certamente meno drammatico, lo possiamo “ritrovare”, ad esempio, tra i giovani del ’68.

Dal tuo libro apprendiamo che la tua famiglia era croata di nome e di fatto, ma che poi, nel 1849 “uno degli avi, il signor Hadrovics, infiammato dalle promesse di libertà e giustizia dei rivoluzionari ungheresi” decise di appoggiare questi fino al punto di cambiare il cognome in Harmath. Una scelta che ha poi condizionato tutta la famiglia e la sua storia in qualche modo, una storia che tu, con la tua scrittura, hai reso calda, partecipe e avvincente. In prospettiva, questa storia, per cui oggi ti senti ungherese, cosa ti ha insegnato più in generale?

L’impero austro-ungarico era composto da ben 11 etnie, infatti, le lingue ufficiali erano oltre che il tedesco, anche il ceco, ungherese, croato, italiano, polacco, romeno, serbo, slovacco, sloveno e ucraino. Dopo la sua dissoluzione la mia famiglia per varie vicende raccontate nel libro “capitò” in Ungheria. Io da ragazzina non mi posi molte domande, mi consideravo un’ungherese e basta. Da piccolina ricevevo fiabe ungheresi per la buonanotte, successivamente a scuola ero rimasta affascinata dalla storia magiara e da grande lettrice imparai presto ad amare la letteratura del mio paese. I racconti dei miei sulla storia della nostra famiglia avevo inserito in modo razionale nel corrente della grande storia. Poi, negli anni sessanta, quando finalmente siamo riusciti ad avere un lasciapassare per la Jugoslavia, qualcosa è cambiato. Abbiamo accompagnato la nonna nella sua città natale, a Cakovec. Ma non si trattava di una visita ai parenti, che non siamo riusciti a trovare, solo di una passeggiata al cimitero. La nonna era visibilmente emozionata e forse nei suoi tratti intrisi di una tristezza indefinibile, mentre cercava quasi con disperazione delle tombe con dei nomi di parenti o di amici dei suoi, iniziai a percepire le ingiustizie che i confini, tracciati in modo arbitrale seguendo interessi della macropolitica, impongono alle persone.
Negli anni sessanta la cortina di ferro sembrava eterna, eppure già allora, da ragazzina adolescente, iniziai a sognare un mondo senza confini.

A proposito, ormai vivi da diversi anni in Italia e “Confini incerti” lo hai scritto in lingua italiana. E’ una scelta, quella della scrittura letteraria, che coinvolge molti autori, penso ai diversi turchi o croati che scrivono ormai in tedesco, o serbi come il grande poeta Charles Simić, che scrive in inglese, idem diverso bosniaci emigrati durante la guerra interetnica, o lo stesso Kundera che ormai ha scelto il francese al posto del ceco… M’interessa sapere da te che rapporto c’è tra la propria lingua letteraria e la propria identità etnica e culturale? O, perlomeno, sapere tu personalmente come vivi questo rapporto?

Da sempre amo scrivere. Da liceale avevo partecipato a qualche concorso letterario, vinsi perfino dei premi, però a 18 anni, “persi la lingua”. Ebbi una borsa di studio governativa per proseguire gli studi in Polonia, dovevo imparare il polacco e gli studi intrapresi non mi permisero di coltivare le aspirazioni letterarie. Poi il matrimonio mi portò in Italia, in un altro contesto linguistico. Mi iscrissi subito all’università, alla facoltà di Storia e letteratura dell’Europa Orientale, scegliendo delle lingue che già conoscevo: l’ungherese, il polacco e il russo che avevo studiato al liceo. Mi dedicai prevalentemente agli studi di storia e le lingue usavo solo come mezzi per documentarmi tra varie pubblicazioni.
Le parole mai pronunciate, però premevano e cosi continuavo a scrivere solo per me stessa in ungherese, storie, diari, cose cosi insomma senza nessun intento di pubblicarli. Poi, alla fine degli anni 80, a Sorrento, durante una passeggiata con la famiglia, avevo incontrato Ferenc Karinthy, uno scrittore ungherese, un mio idolo, che successivamente aveva passato qualche giorno in casa nostra. Avevo fatto vedere a lui i miei scritti, che gli erano piaciuti molto e mi aveva incoraggiato a continuare a scrivere, anche nella nostra breve corrispondenza durata fino alla sua morte nel 1992.
Ero però piuttosto insicura. Forse mi bloccava un’educazione mitteleuropea troppo severa, forse la frase di Gustaw Herling, che ebbi la fortuna di conoscere, quando ero borsista all’Istituto di Studi Storici fondato da Benedetto Croce: “Scrivere nella propria madrelingua è come accarezzare un corpo con le mani. Scrivere in un’altra lingua è come accarezzarlo con i guanti.”

Poi, per una coincidenza al limite del inverosimile, nel 2003 mi ha contattato la casa Editrice Voland, proponendomi di tradurre il libro più complesso di Karinthy, Epepe, che Emanuel Carrère aveva inserito tra i 10 libri più importanti del Novecento. Pur ossessionata ancora dai miei limiti linguistici, lo accettai come una sorta di omaggio al mio “padre putativo letterario”, l’unica persona che conosceva i miei scritti.
Dopo iniziai a scrivere in italiano. Racconti pubblicati in diverse riviste letterarie, articoli di giornale, ma ancora non osavo accostarmi alla grande letteratura. La spinta per intraprendere un progetto più grande mi aveva data la voglia di raccontare prima di tutto alle mie figlie, ma anche ad un pubblico italiano la storia della nostra famiglia, una storia che consideravo emblematica per comprendere le vicende del novecento in “quell’area geografica, dove più che altrove la gente ha vissuto i peggiori scontri e drammi del secolo breve”.

Poi lavorando mi resi conto che i pensieri non sono in nessuna lingua e che assumono la forma che noi voglia darli anche in relazione a chi sono destinati. E io ormai liberata, se non dagli errori, da una paura castrante pluridecennale, finalmente riuscì ad esprimermi in italiano. Una cosa buffa: una mia amica ungherese, innamorata del testo, aveva tradotto in ungherese Confini incerti. E’ una traduzione perfetta, eppure non mi ci trovo molto. In ungherese lo avrei scritto diversamente. Non meglio o peggio. Diversamente. E allora compresi che ogni lingua porta con sé ben altro che la propria semantica. Ci aiuta a scoprire aspetti del nostro essere che altrimenti sarebbero rimasti inesplorati.Gli errori si commettono, si comprendono e si superano, magari con l’aiuto di un buon editor.

Ora, proprio grazie al Confini incerti, mi rendo conto di aver trovato la mia identità ed è europea.
Danilo Kis aveva scritto Lo straniero è chi si sente straniero. Ebbene io non mi sento più straniera in Italia.
In questo lungo percorso devo molto alle mie amiche traduttrici e scrittrici: Andrea Renyi e Anita Vuco.

DIEGO ZANDEL

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