“MIA NONNA D’ARMENIA” DI ANNY ROMAND, EDITO DA LA LEPRE E IN VENDITA SU FENICEBOOSTORE, LA LIBRERIA ON LINE

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SUL CORRIERE DELLA SERA DELLO SCORSO 19 OTTOBRE E’ USCITA UNA RECENSIONE DI DACIA MARAINI DEL MEMOIR “MIA NONNA D’ARMENIA” DI ANNY ROMAND.In famiglia potrebbero ascoltarla, quando racconta la sua storia. Ma ognuno pensa solo a se stesso, come dice la nonna. “Nessuno mi sta a sentire”. Io la sto sempre a sentire, ma io non conto». È in questa frase dell’Anny bambina che forse sta il vero significato del libro della Romand: un omaggio ai vecchi e ai bambini. Da una parte coloro che sanno di un passato lontano pieno di voci, facce, storie ma pensano che sarebbe meglio dimenticare, anche se intuiscono che devono essere raccontate perché tutti apprendano e imparino a vivere con consapevolezza. Dall’altra parte ci sono coloro che ancora sanno ascoltare, coloro a cui quelle storie si snodano davanti agli occhi come in un film, che ridono quando è giusto ridere e piangono quando sono messi di fronte alla cattiveria e al dolore. Sono le due parti di un’umanità che nella maggior parte dei casi ha perso la cognizione dei valori, vuole chiudere gli occhi, preferisce non pensare e andare avanti quasi per inerzia. Questa nonna che ha attraversato uno dei tanti momenti tragici di una Armenia angariata da terribili soprusi, è stata testimone di quel genocidio che ha fatto un numero incredibile di vittime innocenti, tanto da poter essere paragonato solo a quello degli ebrei perpetuato dai nazisti. Questa donna forte, decisa, affida la sua storia ad alcune pagine di un diario. Descrizioni scarne per raccontare fatti, parole come pietre gettate sul foglio con tutto il loro peso perché non perdano forza. «Ah, che dolore immenso arrivare a un punto di non ritorno così estremo di miseria e sofferenze da dover affidare tuo figlio, ma a chi? Ai criminali sanguinari che hanno ucciso le nostre madri, sorelle, fratelli e mariti fra mille tormenti!». Questa donna che ha perduto tutto, trova nella nipote di pochi anni la sola capace di ascoltarla e capirla con quella ingenuità priva di preconcetti e falsi pregiudizi che solo i bambini sanno avere. La loro è un’intesa profonda, fatta di vicinanza e vera confidenza. «Sai, alla fine mi sono innamorata, di questo marito», racconta la nonna con delicato candore. «Karnik è buonissimo, molto affettuoso, la bacia in continuazione e lei gli fa in continuazione dei bambini», dice la nipotina, stando fra lo stupore e la gioia di essere ammessa in ricordi così intimi e segreti. Ma poi scopriamo che è proprio l’autrice quella bambina che ascolta con devozione le storie della nonna ed è lei e non la donna ormai adulta a riferircele e ci chiediamo perché abbia preferito questa forma indiretta alla voce in prima persona delle anziana narratrice. Forse è convinta che il potere delle storie resta legato al ricordo di quando le abbiamo ascoltate? O forse è il legame tra le due donne la ragione vera di questo riaffiorare della memoria? O forse ancora la Romand vuol dire che non c’è mai oggettività nella storia di un popolo, ma sono le tante storie, i tanti punti di vista a comporre il quadro di una società? Certo è che solo la piccola Anny è stata capace di raccontarci chi era sua nonna e per contagio, cosa sia stata la strage degli armeni, compiuta dai turchi. Perché solo lei è riuscita a darle quella tenerezza e quella voglia di vivere di cui l’avevano brutalmente privata. «E tristissimo, ma ormai sono abituata alle storie di nonna Non piango più da sola ma solo se piange anche lei. Dopo va meglio, usciamo e andiamo al cinema, al Cinéac, al Roxy. Mi piace andare al cinema, gli attori, e anche le storie, non sono tristi come quelle di nonna. Al cinema finisce tutto bene, gli innamorati si ritrovano, i cattivi vengono sempre puniti». Un racconto lieve e profondo, una voce dal ritmo che ascoltiamo tendendo l’orecchio, indecisi fra la tenerezza e l’indignazione.

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