NON NE SAPEVO NIENTE DI ERNESTO BERRETTI, TRADOTTO E DIFFUSO NELLE SCUOLE MEDIE DELLA ROMANIA

NON NE SAPEVO NIENTE DI ERNESTO BERRETTI, TRADOTTO E DIFFUSO NELLE SCUOLE MEDIE DELLA ROMANIA

SU SPAZIO LIBERO BLOG UNA INTERVISTA A ERNESTO BERRETTI, AUTORE DI “NON NE SAPEVO NIENTE” EDITO DA OLTRE EDIZIONI E IN VENDITA SU WWW.FENICEBOOKSTORE.IT, LA LIBRERIA ONLINE

 Intervista a ERNESTO BERRETTI  a cura di DARIO BERTOLO ♦

 

Non conoscevo Ernesto Berretti quando mi è stato chiesto di intervistarlo per il nostro blog perché, a quanto pare, ha scritto un libro che fa discutere. Ho fatto presto a scoprire che abbiamo buoni amici in comune e a me questo è bastato per invitarlo a fare una chiacchierata.

Il sorriso che ho letto dai suoi occhi ha reso l’asettico struscio dei gomiti una reazionaria stretta di mano, che mi ha subito confermato di avere di fronte una persona simpatica e disponibile.

Ernesto, ammetto che non so niente del tuo libro” ho confessato bonariamente.

Mi fai il verso al titolo?”

Ho immaginato ridesse sotto la mascherina: “No, davvero… Allora, partiamo dal titolo, NON NE SAPEVO NIENTE.”

È la mia ammissione, in copertina; giustifica il motivo per cui, nella storia narrata, io, basco blu in missione, risulti infastidito dalla gente di quella periferia e talvolta indignato.

Infastidito e indignato?

E intollerante; offensivo quasi. Ma se avessi parlato di situazioni reali e orrende senza andare a fondo, avrei dato informazioni incomplete, mancando di rispetto ai lettori e a quella gente.

Quindi…?

Quindi ho scelto di svelare tutto, sporcandomi anch’io, celando verità pesanti tra episodi di vita di personaggi non sempre reali e trattando temi importanti aiutandomi con metafore insolite.

Cosa intendi per “metafore insolite”?

Con maiali ho parlato della libertà, con cormorani e albatri dell’uguaglianza, con lo stercorario dell’apparenza; una cucina ha descritto la “mia” Romania e una blatta il cambiamento profondo verso gli ”altri” e, di conseguenza, degli “altri” “altri” verso me.

Hai alleggerito un tema complesso e poco noto.

Non è stato facile. E grazie ad amiche e amici romeni – di cui non rivelerò l’identità –, ho raccolto testimonianze spesso concordanti e a tratti dolorose. Ho sofferto con loro. Ti confesso che alla vigilia della pubblicazione temevo di essere reputato xenofobo da chi non sapeva che tutto era stato scritto nel rispetto delle verità apprese!

È stato così?

Fortunatamente no: i lettori – tanto gli italiani che i romeni, e i loro diplomatici – hanno ben inteso che il racconto è contestualizzato alla periferia sud-ovest della Romania in un periodo ancora troppo vicino alla fine della dittatura di Ceausescu. Tutti hanno condiviso e giustificato le mie osservazioni, apprezzando l’onestà e il modo di raccontarle, né più né meno come le ho percepite e vissute. Grande dimostrazione di intelligenza morale che abbatte i pregiudizi.

Dunque hai adottato un timbro particolare nella narrazione?

Il direttore di collana di Oltre Edizioni (lo scrittore Diego Zandel, n.d.a.) l’ha ritenuto un “racconto di pancia”, impuro com’è il linguaggio della truppa, con frasi in lingua romena, e ha deciso di mantenere la voce originale che in circa due mesi ha dato vita al libro.

In soli due mesi?

Ci tenevo fosse pubblicato nella ricorrenza del venticinquesimo anniversario dell’inizio della UEO Danube Mission, per rendere omaggio a tutti i partecipanti italiani e non. Di alcuni ne ho citato i nomi, di altri le caratteristiche (il colonnello che somigliava all’Ispettor Cluseau della Sureté) o i soprannomi.

Una storia di cui si sa poco o niente, quella della Missione Danubio.

Vero! A fine presentazione in Accademia di Romania, a Roma, è stato annunciato che per l’alto interesse antropologico del tema il libro è stato selezionato da un comitato di letterati per essere distribuito a studenti di licei romeni che studiano l’italiano come lingua straniera.

Ottimo! Di che si tratta?

Ogni anno in Romania si svolge “Festlettura”, un concorso patrocinato dall’Istituto di Cultura Italiana e dall’Ambasciata a Bucarest, che premia gli studenti che meglio si cimentano in recensioni o temi su libri italiani ricevuti in lettura.

Quindi il libro verrà tradotto?

Non prima di essere stato letto nella versione italiana. Dopo, chissà…

 

Bella soddisfazione!

Alla quale si è aggiunta quella che mi hanno regalato i liceali di Civitavecchia.

Perché?

La loro preside ha organizzato due incontri: gli studenti hanno partecipato con grande curiosità, apprendendo un po’ di storia di quel periodo grazie ai personaggi del mio libro e le fotografie scattate in quei posti. Tanti di loro sono diventati miei followers (si dice così, vero?) sui social.

Eppure si dice che i giovani s’interessino poco alla lettura.

In realtà tutti cerchiamo IL libro che ci interessa: chi lo scrive deve stuzzicare la curiosità dei potenziali lettori.

Spiegati meglio.

Il mio libro è l’arma che uso contro i pregiudizi.

In che senso?

Lo stereotipo che noi siamo meglio degli “altri” genera pregiudizi e barriere: e, oltre alla stupidità, la causa è l’ignoranza. La conoscenza vince su tutto.

Quindi i punti di forza del libro sono onestà, conoscenza e linguaggio?

Non solo. I personaggi entrano nel cuore (questo ho sentito da chi l’ha letto): gli uomini stimolano curiosità, rispetto, ma anche odio; le donne esprimono forza, voglia di rivalsa, ma anche disperazione, motivo per cui la FIDAPA di Civitavecchia ha dedicato loro un incontro – rivelatosi un evento con oltre un centinaio di presenti – cui hanno partecipato personalità politiche, militari e diplomatiche.

Personaggi forti per storia forte, sbaglio?

In effetti lo scrittore Piergiorgio Pulixi (vincitore del Premio Scerbanenco 2019) l’ha definita “una storia necessaria”, Massimo Rossi Ruben in postfazione ha classificato il libro un “fictional biography”, e i curiosi hanno apprezzato gli spunti offerti dall’appendice storica.

Insomma tra queste pagine c’è molto più di una semplice testimonianza.

Mi piace pensare di avere fatto sapere come si viveva lì dopo tanti anni di dittatura e mischiati ai Rom; e perché tanta gente sarebbe stata disposta a tutto pur di lasciare quel posto; e cosa abbiamo fatto – finanzieri italiani, militari stranieri e personale romeno, bulgaro e ungherese – per spegnere la guerra nei Balcani, imponendo l’embargo. Se ci sono riuscito bene, non spetta a me dirlo.

Vuoi aggiungere altro?

Meglio non annoiare oltre.

Ma almeno la trama…

Di quello che avrei scoperto fuori dalla base, vicino al confine con la Serbia in guerra, tra gente scampata alla dittatura, “non ne sapevo niente”.

E…

E chi vorrà saperne di più può curiosare online o contattarmi personalmente. E magari lottare insieme a me, ancora.

 

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