PERCHE’ SIAMO ANDATI VIA DA FIUME?

PERCHE’ SIAMO ANDATI VIA DA FIUME?

di DIEGO ZANDEL

C’è stato un tempo in cui chiedevo a mio padre: “Perché non siete rimasti a Fiume? Perché siete andati via?”. “Non si poteva restare con i druži, con quel che ci facevano”. E cosa facevano i druži, cioè i compagni in croato, è ben raccontato dallo storico Raoul Pupo nel suo formidabile libro “Fiume, città di passione”, edito da Laterza.

Al contrario dell’Istria, dove dopo l’8 settembre ’43 e fino al 1947, gli infoibamenti e gli atti di violenza contro gli italiani erano diffusi, Fiume in parte, fino al 1945, ne venne risparmiata, ma le vittime, scrive Pupo “fra il 3 maggio 1945 e il 31 dicembre 1947 hanno superato le 500 unità.” E parliamo a guerra finita, dove il 3 maggio 1945 è il giorno dell’ingresso dei partigiani di Tito in città. Un giorno, lo stesso 3 maggio, iniziato con l’omicidio di tre autonomisti, noti antifascisti, Giuseppe Sincich, Mario Blasich e Nevio Skull, presi casa per casa e lì uccisi (Mario Blasich, infermo, strangolato nel suo letto, davanti agli occhi dei famigliari). Opera di membri dell’OZNA, la polizia politica di Tito. Il rapporto dell’OZNA stessa: “Sapendo quale pericolo rappresentassero per noi gli autonomisti, considerata la tradizione del movimento autonomista a Fiume, noi nei primi momenti dopo la liberazione di Fiume abbiamo organizzato ed eseguito la liquidazione degli esponenti autonomisti più importanti. Abbiamo mascherato il fatto in modo che abbiamo mostrato il loro assassinio come degli atti criminali, fatti a scopo di rapina. In base a ciò abbiamo ordinato, tramite il comando di città, di condannare a morte un noto criminale – rapinatore, e di questo abbiamo informato la cittadinanza tramite manifesti”.

Capito, i liberatori?

Ma quello è stato solo il primo atto. Chiunque si opponesse all’annessione della città alla Jugoslavia faceva una brutta fine, dalla farsa del Tribunale del popolo e della Pretura popolare (racconta Erio Franchi, giudice popolare: “Il partito richiedeva di seguire una linea, tutto il resto veniva piegato alle necessità politiche. Si trovava il modo, velocemente anche, di rintracciare tra le maglie della legge la soluzione più o meno presentabile, più o meno decente, che consentisse di salvare la forma”) alla sparizione di esponenti antifascisti non graditi al partito. E’ quello che accade quando, alle elezioni dei comitati sindacali aziendali, “vedono l’imprevista affermazione di candidati non graditi al partito. La reazione non si fa attendere e si sviluppa su piani diversi. Nei cantieri, al silurificio e nella raffineria Romsa gli attivisti comunisti malmenano e cacciano dallo stabilimento gli operai che hanno mostrato simpatie per l’opposizione.” Mario Terdi, sindacalista di punta, viene convocato dalla polizia, mentre il segretario sindacale, Arrigoni, lo minaccia nel caso continuasse nella sua attività “perché noi facciamo sparire dalla circolazione coloro che si oppongono alle nostre mete”.

Terdi finirà esule in Italia.

Ma continuiamo a leggere Pupo: “Assai peggio va ad Angelo Adam, oppositore del fascismo, di origine ebraica, già confinato a Ventotene e poi esule a Parigi, dove ha collaborato con la Concentrazione antifascista, rientrato a Fiume dopo l’8 settembre per venire arrestato dai tedeschi e deportato a Dachau nel dicembre del medesimo anno. Tornato in città nel luglio del 1945 e gettatosi immediatamente nella lotta politica, Adam viene arrestato il 4 ottobre assieme alla moglie e scompare per sempre. La figlia, che cerca sue notizie, viene anch’ella fatta sparire qualche giorno dopo”.

C’è chi cerca inutilmente di opporsi con pacifiche azioni clandestine, per la precisione tre gruppi, i giovani autonomisti, il gruppo cattolico e il gruppo Maltauro, che distribuiscono volantini inneggianti a Fiume Libera, ma entro pochi mesi vengono arrestati tutti e in seguito processati da un tribunale militare e condannati a diversi anni di lavori forzati da scontare nel penitenziario di Maribor in Slovenia. Tra questi, Alfredo Polonio Balbi, che io avrei conosciuto al Villaggio Giuliano di Roma dove sarebbe arrivato come esule. Alla sua storia e a quella dei suoi compagni aggiungo un episodio non citato da Pupo, ovvero lo scambio – quattro anni dopo, dei dieci che gli erano stati inflitti – tra prigionieri jugoslavi (arrestati come spie) e il gruppo con Polonio Balbi al confine tra Italia e l’allora Jugoslavia.

Qualsiasi attività di opposizione e protesta viene soppressa. L’OZNA vigila in maniera ossessiva. Una testimonianza (di tutte sul libro di Pupo ci sono i riferimenti in nota), in questo caso un documento, racconta: “Il transito per le vie della città di Fiume sarebbe divenuto quanto mai problematico ed ossessionante, poiché non sarebbe possibile accompagnarsi ad altra o più persone senza essere continuamente fermati dall’OZNA, che con arroganza pretenderebbero di conoscere l’argomento che nel parlare si stava trattando. Ne conseguirebbe che nell’accompagnarsi ad amici o conoscenti occorrerebbe innanzitutto escogitare di comune accordo un banale pretesto, onde, se fermati e separatamente interrogati, dalle dichiarazioni rese non venga a risultare qualche compromettente discrepanza. Fermare persona conoscente sulla pubblica via sarebbe divenuto un rischio grave, per l’inevitabile persecuzione da parte degli agenti dell’OZNA; per scambiare con essa qualche parola sarebbe necessario rifugiarsi per qualche attimo in qualche portone (…) Perquisizioni domiciliari ed alla persona sarebbero incidenti di ogni momento (…) Giornalmente verrebbero effettuati arresti e sparizioni di persone senza conoscere il motivo; i congiunti di esse che ardissero recarsi a renderne conto, verrebbero ugualmente fatti sparire”.

Fiume era diventata praticamente invivibile. E lo sarà ancora dopo il 1948 con l’espulsione di Tito dal Cominform quando alla popolazione autoctona, che via via si allontana dalla città, si aggiungono i comunisti ligi a Stalin, tra i quali gli italiani venuti a Fiume con l’illusione di edificare il paradiso socialista. Verranno tutti arrestati e deportati a Goli Otok, un’isola di sola pietra tra il Quarnero e la Dalmazia dove migliaia di prigionieri vengono sottoposti a violenze inaudite. “Il suo ordine di grandezza dei prigionieri nell’arco di attività del campo fra il 1949 e il 1958 è comunque di circa 16.000 unità, mentre quello dei morti è di circa 400, fra i quali 14 italiani”.

Per capire a quale razza di trattamento erano sottoposti, Pupo riporta la testimonianza di Alfredo Scano, comunista tutto di un pezzo, che racconta: “In Spagna, nei campi francesi, a Ventotene, noi eravamo degli sconfitti, ma mai siamo stati vinti. Moralmente ci sentivamo dei vincitori. (…) A Goli Otok eravamo dei vinti e ci sentivamo dei vinti, totalmente, senza rimedio “

Ma questa è già una pagina successiva.  Prima, Il 22 giugno 1946, festa del Corpus Domini, la tradizione vuole che ci sia una processione cittadina. “Per evitarla” scrive Pupo “le autorità proclamano il giorno lavorativo e gli attivisti sfoggiano il loro zelo intimidatorio. Ciò nonostante, il lavoro viene sospeso ovunque e la partecipazione al rito è impressionante: le stime parlano di 30.000 persone su poco più di 40.000 abitanti ed anche facendoci un po’ la tara risulta evidente il carattere plebiscitario della processione, rafforzato dal fatto che a sfilare non sono soltanto i noti praticanti, né i “borghesi”, ma cittadini di tutti i ceti sociali, compresi portuali e operai, donne e uomini”.

Tutto sarà inutile. “A fine 1948 se ne sono già andate 29.301 persone, un migliaio di altre usufruisce nel 1951 della riapertura dei termini e più di 500, che non hanno ottenuto risposta positiva, faranno in seguito ricorso alla più complessa e costosa procedura dello svincolo dalla cittadinanza jugoslava. In totale, gli esuli sono quasi 32.000.”

Altri se ne andranno ancora, mentre il vuoto demografico lasciato dagli italiani, verrà riempito dai croati dell’interno, percepiti come stranieri, sloveni, serbi, bosniaci. Un dato del 1991, alla vigilia della guerra che avrebbe dissolto la Jugoslavia, su 200.000 abitanti a cui è arrivata la città che si è estesa ad alcune località dei dintorni, diventandone parte, i serbi censiti sarebbero stati 18.891, 4.803 i bosniaci, 1000 tra montenegrini e macedoni, 1451 esprimeranno un’appartenenza regionale e 6.609 risulteranno non classificabili. Naturalmente dopo la guerra interetnica del 1991-95 i dati demografici cambiano, a favore quasi esclusivo dei croati che – censimento del 2011 – rappresentano l’82,52 per cento della popolazione, mentre i serbi sono scesi allo 6,57 e i bosniaci al 2,06. Mentre gli italiani che storicamente sono sempre stati maggioranza si sono ridotti all’1,90 della popolazione.

Ma ancora mi chiedo, se fossimo rimasti, se avessimo resistito alle vessazioni, alle sparizioni, ai boicotaggi, agli omicidi, alle usurpazioni, come sarebbe stata oggi Fiume?

Domanda oziosa. Nel suo libro, che racconta la storia di Fiume del Novecento con lo spazio maggiore per altro dato all’impresa dannunziana, di cui ricorre quest’anno il centenario, Raoul Pupo ricorda le città le cui popolazioni sono state rovesciate. “Solo per fare qualche esempio, Salonicco ai tempi delle guerre balcaniche da turca è diventata greca, mentre Smirne da greca è diventata turca dopo la guerra del 1919-1922, la Königsberg di Kant si è tramutata nella sovieticissima Kaliningrad dopo il secondo conflitto mondiale (…) quando Lwòw – conosciuta dai tedeschi come Lemberg e dagli italiani come Leopoli – è diventata l’ucraina L’viv e la popolazione polacca si è trasferita, portandosi al seguito beni, istruzioni e financo monumenti, nella tedesca Breslau divenuta nel frattempo Wroclaw.”

Perciò, non resta che rassegnarci. Con buona pace mia e di mio padre, partigiano con Tito, strada scelta per non finire in mano ai tedeschi o essere arruolato nella Repubblica Sociale, le uniche scelte alternative che all’epoca esistevano per un giovane. Ma s’era reso subito dell’andazzo, assistendo, giovane diciottenne ai colpi alla nuca inflitti dai partigiani ai nemici o presunti tali, alle impiccagioni ai lampioni, agli infoibamenti in nome di una ideologia che parlava di morte al fascismo e libertà ai popoli.

Ma abbiamo visto quale libertà intendevano.

Diego Zandel

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