QUEL DOPPIO DI NOI, NERO E GROTTESCO

QUEL DOPPIO DI NOI, NERO E GROTTESCO

UN ROMANZO DI DAŠA DRNDIC, A DUE MESI DALLA SUA SCOMPARSA. DA LEGGERE.

PROSSIMAMENTE IN VENDITA SU FENICE BOOKSTORE

di Gianfranco Franchi

Pochi mesi fa, nel giugno 2018, il “Guardian” piangeva la morte della scrittrice Daša Drndić osservando che l’artista zagabrese, classe 1946, era “incapace di scrivere una frase che non fosse forte, violenta o grottesca – a volte, tutte e tre le cose, simultaneamente”. Amanda Hopkinson riferiva, nell’articolo, che i suoi due artisti di riferimento non erano suoi connazionali: erano invece mitteleuropei, erano gli austriaci Thomas Bernhard ed Elfriede Jelinek.  Argomento fondamentale della sua letteratura (undici romanzi) era una questione politica: la trascurata, anzi rimossa connivenza tra i croati e i nazisti. Si trattava, probabilmente, di una questione più complessa: la Drndić, figlia di un partigiano titino divenuto poi ambasciatore, nipote di uno dei firmatari dell’imperdonabile trattato di Osimo, era convinta che da diverse parti, in Europa, il “processo di denazificazione” non fosse mai avvenuto; nei Balcani così come in Austria. Scriveva per convincere o costringere ad un preciso esame di coscienza – oppure, in un certo senso, per cristallizzare la memoria e le responsabilità del male, da una prospettiva ideologicamente molto riconoscibile: “There are no small fascisms, there are no small, benign nazisms”, dichiarò a suo tempo in un’intervista alla “Paris Review“. Secondo la  Drndić abbiamo vissuto in un’epoca di aggressivo revisionismo, un revisionismo che tendeva a lavare via la memoria di disgrazie incancellabili. Si deve riconoscere che estremamente difficile è individuare posizioni altrettanto radicali della Drndić in merito agli altri totalitarismi e alle loro barbariche, spesso rimosse malefatte.

Qui in Italia, ad oggi, abbiamo avuto l’opportunità di leggere soltanto due dei suoi romanzi: l’ottavo, “Sonnenschein” [2007], pubblicato dalla Bompiani (sotto la direzione della Sgarbi) con l’equivoco e falsante titolo di “Trieste” nel 2015 (traduttrice, l’apprezzata Liliana Avirović; l’argomento meritava forse un più cauto “Gor

izia”) e finalmente il sesto, “Doppelgänger” [2000], pubblicato dalla Oltre Edizioni nel 2017, traduttrice l’altrettanto apprezzata Barbara Ivančić. La Drndić considerava “Doppelgänger” il suo libro preferito: nonostante fosse nero e grottesco a un livello che giudicava addirittura potenzialmente repulsivo per i lettori, l’autrice si sentiva particolarmente soddisfatta della resa. Il nostro letterato Giuliano Geri, già demiurgo della piccola “Adelphi dei Balcani”, la fu Zandonai da Rovereto, in un articolo apparso su “Osservatorio Balcani e Caucaso” ha considerato il libro “uno dei più audaci e riusciti esperimenti letterari” dell’artista zagabrese, apprezzandone la “prosa avvolgente, incalzante, a tratti ossessiva, ricca di iterazioni e analogie, in un alternarsi, spesso volutamente dissonante, tra la terza e la prima persona narrante”.

Tecnicamente, “Il doppio” è composto da due romanzi brevi e piuttosto diseguali, eccezion fatta per la limpida vena autodistruttiva: “Artur e Isabela” e “Pupi”. Il primo dei due è una storia d’amore e di suicidio, paradossale e romantico, forse più allucinato e paranoico che grottesco: Artur ha 79 anni ed è un capitano in pensione dell’ex Marina della Federativa; Isabel una settantasettenne, ebrea austriaca, esule in Croazia; il loro incontro ha una sconcertante carica erotica (sconcertante, perché sbarazzina e avvilente al contempo): sono entrambi osservati con sinistra dedizione dai servizi segreti; hanno entrambi, alle spalle, “complessità etnica” e lancinanti memorie della guerra. Qua e là, fantasmi e borborigmi nazisti lasciano intravedere gli esiti più maturi di “Sonnenschein”. A rivelare cosa intendesse l’artista croata per  “Doppelgänger” saranno le ultime battute; qualcosa di piuttosto distante sia dalla lezione borgesiana sia dalla lezione stevensoniana sul doppio, come vedrete, qualcosa di fondamentalmente “animico”, di essenziale.

Il secondo pezzo, “Pupi”, è il mosaico dell’identità e dei legami famigliari di Printz, detto Pupi – uno che già nelle prime battute sa che sta scomparendo: uno che già nelle prime battute ammette d’essere confuso, e va cercando significati negli scontri tra i rinoceronti allo zoo, meditando sulla loro prossima estinzione. È un’altra vicenda di decadenza e di autodistruzione, stavolta più progressiva e metodica, e accompagnata da una terribile sequenza di morti. Tecnicamente, entrambi i racconti hanno, in più di un frangente, il retrogusto del canovaccio teatrale, o giù di lì; non stupisca, considerando che l’altro grande amore della Drndić erano i radiodrammi, sin dai tempi della sua lunga militanza a Radio Belgrado. C’è più di un passo che sembra pensato per un adattamento.

“Il doppio” è stato scelto da Diego Zandel per la sua apprezzata collana “Oltre confine”, consacrata alle letterature balcaniche; è stato pubblicato con il sostegno del Ministero della Cultura della Repubblica di Croazia. In copertina, un dipinto di Andrew Tosh; forse da ripensare la scelta dei font.

ottobre 2018.

 

EAN: 9788897264873

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