QUEL TRENO DA MOSCA, UNA SPY-STORY ALL’INSEGNA DI GRAHAM GREENE

QUEL TRENO DA MOSCA, UNA SPY-STORY ALL’INSEGNA DI GRAHAM GREENE

Thrillermagazione, sito leader dell’informazione nel campo del giallo nelle sue diverse articolazioni (thriller, suspense, mistery, action, spy-story e così via) così come nelle sue diverse forme di comunicazione (libri, cinema, serie tv, grafic novel e così via) ha pubblicato un’intervista di Diego Zandel a Maurizio Lo Re, che qui riprendiamo, ricordando che il libro è in vendita sul nostro sito “Fenice Bookstore".

Ex ambasciatore italiano a Riga, in Lettonia, dopo una lunga carriera diplomatica, Maurizio Lo Re è autore che ha tratto dalla sua esperienza sul campo e sui luoghi una serie di romanzi storici, ”La linea della memoria” (2002), “Filippo Paolucci, l’italiano che governò a Riga” (2006), “Gli amici di Leuwen” (2009) e “Domani a Guadalajara” (2013), l’ultimo dei quali “Il treno da Mosca”, appena uscito per i tipi della Oltre Edizioni, ha forti risvolti di spy-story. Tutto si incentra sul trasferimento clandestino, nella allora Unione Sovietica, di una donna russa, Irina, nell’occidente libero, in Italia. Compito che vedrà in campo i servizi segreti italiani, dando corso a una vicenda ricca di avventura e suspense. Su questo romanzo abbiamo chiesto un’intervista all’autore del libro.

Maurizio Lo Re, più di uno gli elementi dai quali si sviluppa la storia da lei raccontata: l’escamotage del diario di prigionia in un campo di concentramento tedesco durante la guerra scritto da un ex ufficiale italiano, Lorenzo Stefani, sulle pagine del Lucien Leuwen di Stendhal, il ritrovamento del libro su un treno da parte di Lucio Manacorda, il protagonista e io narrante della storia, l’incontro tra i due che porterà il Manacorda al rischio di far fuggire la figlia che Stefani ha saputo di avere in Russia dall’Unione Sovietica ancora sotto il tallone del comunismo. Com’è nata questa storia?

Alle radici della narrazione c’è Lorenzo Stefani, un ufficiale italiano perso nel caos dell’8 settembre 1943, deportato in un campo di concentramento tedesco, dove salva la vita di Olga, una detenuta russa, con cui intreccia un rapporto. Da qui l’escamotage del diario di prigionia scritto sulle pagine del “Lucien Leuwen” di Stendhal, trovato casualmente dall’io narrante quasi quattro decenni dopo, che offre lo spunto per scandagliare la psicologia dei personaggi e raccontare il particolare contesto dell’Italia e dell’Unione Sovietica in quell’epoca. Com’è nato questo romanzo? Intanto, in tutti i miei romanzi il contesto storico non è una semplice cornice, ma è protagonista, determina il comportamento dei personaggi. Certo, in questo caso non c’è sufficiente distanza temporale per parlare di romanzo storico. Tuttavia, ho perseguito la massima precisione nel calare le vicende personali dei protagonisti nell’attualità dei tempi in cui si sviluppano. Avevo voglia di raccontare quegli anni, avevo in mente dei personaggi che sono venuti fuori da soli, mentre scarabocchiavo annotazioni.

Perché ha scelto tra tanti libri il Lucien Leuwen di Stendhal? Mi pare che compare in un altro suo romanzo…

Il Lucien Leuwen di Stendhal compare in un altro mio romanzo, del 2009, che si intitola appunto “Gli amici di Leuwen”. Stendhal è uno dei miei miti. Tra l’altro, nel romanzo “Il Rosso e il Nero” Stendhal dice: “Il romanzo è uno specchio che ci si porta dietro lungo la strada". Intende dire che il romanzo è un’immagine, un riflesso della realtà, che l’autore capta, scompone, ricompone e offre al lettore in forma letteraria. Il mio riferimento al “Lucien Leuwen”, in particolare, riguarda il tema delle persone che resistono al proprio destino, cercando di cambiarlo, o meglio di conquistarlo. Destino individuale e libera scelta sono i due poli delle vicende dei vari personaggi, che li accomunano in una specialissima famiglia, quella degli amici di Leuwen. Einaudi non volle pubblicare il mio libro, tuttavia ne colse l’essenza nella parte del giudizio che qui riporto: “Ed è proprio il destino di ciascun personaggio – così come nel romanzo di Stendhal che fa da leitmotiv – il motore immobile delle quattro storie, il cui tratto predominante è un sottile senso d’incompiutezza nella rappresentazione della vita, sempre percepita come una rete di coincidenze e di casi che ciclicamente si ripetono”.

Lei è stato un diplomatico, tra l’altro ambasciatore d’Italia a Riga, in Lettonia. Quanto di questa sua esperienza è entrato nel romanzo?

La mia esperienza di ambasciatore a Riga, tra il 2000 e il 2004, mi ha consentito di conoscere, da un osservatorio privilegiato, la realtà di un Paese da poco uscito dalla terribile esperienza dell’Unione Sovietica. Lì ho tra l’altro conosciuto pezzi di storia viva che non avrei potuto ricavare da nessun libro, testimonianze di vicende tragiche, come quella dell’ebrea Jenny Cozzi, evocata nel mio romanzo. Anche la geografia di quei luoghi fa parte della mia scrittura.

Per il personaggio di Irina, ben caratterizzato nella psicologia, con la sua voglia di libertà, le sue paure e la sua sensualità, si è ispirato a qualche donna in particolare incontrata nel corso della sua vita?

Il personaggio di Irina è immaginario. Tuttavia, come spesso succede agli scrittori, in quel personaggio entrano singoli aspetti e particolari vicende di persone effettivamente conosciute. Né mancano i riferimenti letterari. A un certo punto, tratteggio così la protagonista: “Linda, compita e graziosa, sembrava un personaggio del grande Tolstoj, reinterpretato da uno scrittore del realismo socialista”.

Manacorda accetta la rischiosa proposta di Lorenzo Stefani di andare a prendergli la figlia a Mosca senza alcun tornaconto personale. Cosa lo spinge a farlo?

Lucio Manacorda, uscito da una crisi esistenziale e professionale, prova l’impulso di conoscere l’autore del diario redatto sui margini del Lucien Leuwen e si reca a Verona per conoscere Lorenzo Stefani, che aveva fatto lo stesso percorso venticinque anni prima, cercando il diplomatico che si era adoperato per salvare Jenny Cozzi, proprio perché il tragico epilogo della vicenda che non aveva potuto scongiurare gli aveva dato le chiavi per rimettere a posto la sua vita. Quindi, Lorenzo, in base a quanto gli racconta Lucio, scopre di avere un’altra figlia. Nonostante la differenza di età tra i due uomini, le loro vicende parallele, il comune sentire e l’esistenza stessa di quella ragazza li uniscono in una profonda amicizia. Lucio, in occasione di un viaggio d’affari a Mosca, trova la ragazza, la quale, sulle prime reticente e quasi ostile, quando lui torna nuovamente in Unione Sovietica, lo prega di aiutarla a fuggire in Italia. Lucio ci aveva già pensato, senza dirlo chiaramente al padre, e accetta di aiutare Irina, ma non ha la minima idea su come farlo. Non è solo generosità e amicizia; per Lucio si tratta di vincere un’ultima prova con se stesso, superare un residuo senso di inadeguatezza, per uscire definitivamente dalla sua personale prigione.

Il romanzo a un certo momento si trasforma in una autentica spy-story. Siamo al traffico industrial-militare. Invenzione o realtà conosciuta nella sua vita diplomatica?

Chi mi conosce ed è abituato al realismo dei miei precedenti romanzi potrebbe meravigliarsi nell’imbattersi in una spy-story, a prima vista alquanto azzardata. Tuttavia, come risaputo, in alcuni casi la realtà supera la fantasia. Lo spunto di questa storia risale ad un fatto realmente accaduto, pochi anni dopo il 1981, anno cui le esigenze narrative fanno riferimento. D’altra parte, nella mia carriera diplomatica, ho avuto modo di incrociare gli ambienti dello spionaggio, ricavando anche spunti per tratteggiare vicende e personaggi letterari. In ogni caso, la spy-storia, come l’editore ha scritto sul risvolto di copertina, non è fine a se stessa, bensì uno degli strumenti per indagare sull’inquietudine dell’uomo, eternamente costretto in una condizione di passione e contraddittorietà.

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