RACCONTARE AMORI CHE VIOLANO

RACCONTARE AMORI CHE VIOLANO

Un’intervista allo scrittore e psicoterapeuta Giovanni Garufi Bozza all’uscita del suo nuovo Romanzo

di Vic Menara

Prima di parlare delle tue nuove uscite, vorrei fare un passaggio su Alina -Autobiografia di una schiava, un romanzo presentato in varie città italiane e premiato più volte, che a quanto so continua ancora a darti soddisfazioni.

Grosse soddisfazioni. Dal 2014, anno d’uscita, ancora vengo chiamato per presentarlo e, nonostante mi sia fermato con la pubblicità nel 2017, vive ancora di passaparola. Recentemente ho avuto i dati dalla Casa Editrice: più di 400 copie vendute soltanto nel 2017; numeri che nel panorama attuale della media editoria possono essere considerati senza dubbio positivi. Ed è bello ricevere ancora oggi le mail di commento dei lettori.

L’Amore che Viola sarà il prossimo romanzo. Uscirà assieme al saggio Io sono in femminicida. Partiamo dal romanzo, che ha un titolo curioso…

Sì, ha un titolo ambivalente. Può esser letto come l’amore che Viola prova o come l’amore che vìola le regole stesse delle relazioni. E mi piace dare qualche spunto proprio dal/dalla viola. Cos’è? Un colore quaresimale, che preannuncia il nero della morte. Uno strumento, che non può suonare da solo e ha bisogno di qualcuno che gli faccia emettere la propria musica. Ed è un fiore, bello e delicato, facile da spezzare. Questi gli elementi principali del romanzo.

E la trama?

Narra principalmente di una psicoterapia, dove una donna, Viola, racconta le relazioni distruttive che ha avuto nel suo passato, chiedendosi il perché tenda a fuggire l’uomo che può donarle sicurezza, cadendo sempre nella trappola di relazioni malate e distruttive. Nel romanzo troviamo sia un percorso personale, la storia di vita di Viola, che ontogenetico, la storia del mondo, indietro fino al primo stalker violento che il mito ci consegna.

Che è…?

Che è scritto nel romanzo, e che vi lascio scoprire. Come indizio, posso dire che ha a che fare con gli attacchi di panico.

Nel romanzo si tocca la tematica degli attacchi di panico, dell’anoressia, del narcisismo e della ninfomania. Oltre alla violenza. Un richiamo al tuo lavoro come psicoterapeuta?

Sì, come anche l’aver mescolato l’Eros e il Thanatos, la pulsione di vita e quella di morte.

E, in merito alla morte, parlarei un po’ del saggio Io sono un femminicida. Perdona la domanda, ma… tua moglie sta bene? J

È viva e vegeta, e lotta insieme a noi. Non è una confessione, ma un libro che vuole aprire delle riflessioni sulla violenza di genere, a partire però da un focus poco trattato finora: il maschio, il maschile. Io sono un femminicida, potenziale chiaramente, come lo sei tu, perché non esiste un identikit del femminicida. Non è di media statura, palestrato e di buona famiglia. Non è nemmeno bruno e di alto o basso ceto sociale. E in molti casi, purtroppo, non è nemmeno un malato mentale. La cronaca ci consegna casi di femminicidio con i più svariati profili di assassini. Perciò chiunque può uccidere una donna in una relazione d’amore.

Sì, è vero.

Questo apre a una riflessione sull’uomo, sul maschile nel terzo millennio. Il patriarcato è ufficialmente morto, ma mantiene ancora viva la sua eredità, nel linguaggio, nel senso comune. Può essere sostituito da una regola nuova, da una nuova legge del padre? Si può passare dal patriarcato al matriarcato? Per farlo occorre riflettere, e questo saggio vuole porre le domande stimolo, non dare necessariamente risposte. Ti faccio un esempio… Molte parole dal maschile al femminile assumono un significato negativo e stereotipato. Un uomo pubblico è un vip, una donna pubblica è una prostituta, un cane è un poco di buono, una cagna una prostituta. E ci sono svariati esempi, è l’eredità del patriarcato, morto ma non troppo. Occorrerebbe un nuovo maschilismo, ovvero una riflessione dell’uomo su se stesso, che coinvolga la donna ma non consegni alla donna stessa il totale compito di definirlo.

Femminicidio come esito di quest’assenza di regole?

Per assenza di una legge del padre, socialmente riconosciuta, che definisca chi è il maschio oggi. Mi piace definire questa nuova legge Pariarcato. È un libro molto provocatorio, difficilmente qualcuno condividerà tutto. Proprio perché vuole creare dibattito. Per esempio, critica il femminismo come eredità del comunismo, dove la lotta dell’operaio contro il padrone è diventata lotta della donna (operaio) contro l’uomo (padrone). Funziona poco oggi, è limitante. E vi porto un esempio concreto. Sia le iperfemministe che i maschilisti convinti criticano la parola femminicidio. Per le prime si è trovato un termine per discriminare la donna anche nel momento della morte, per i secondi un omicidio è un omicidio a prescindere dal sesso di aggressore e vittima. Ora, se io uccido mia nonna per l’eredità non parleremo di femminicidio. Né, se uccido una donna investendola sulle strisce pedonali, parleremo mai di femminicidio colposo. Il termine, quindi, non identifica il sesso di aggressore e vittima, ma un atto scellerato che avviene in una relazione che si diceva essere d’amore. Identifica dunque un contesto, e si è ritenuto utile creare un termine nuovo per identificarlo. Come avvenne in passato per genocidio e infanticidio.

 

Come nascono le due opere?

Nascono proprio da Alina. O, meglio, dalle tante riflessioni che sono nate dalle presentazioni del romanzo; dai dibattiti che si creavano dopo sul tema della prostituzione, che è parte del tema discriminazione di genere e che ha in sé la tematica della violenza. Da tutte queste riflessioni sono nati sia il romanzo sia il saggio, che sono in qualche modo figli di tutti coloro che hanno preso parte alle discussioni. A loro devo queste due pubblicazioni.

Progetti futuri?

Per ora mi dedico alla promozione di questi due nuovi libri, ma sto continuando a scrivere sia romanzi che saggi. Tuttavia, non mi piace mettere troppa carne al fuoco, troppe pubblicazioni in uscita, lo considero un errore per gli autori. Alina ha avuto il percorso che ha avuto perché le ho dedicato tre anni di promozione. Anche a L’Amore che Viola e a Io sono un femminicida dedicherò, dunque, il giusto tempo.

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