STORIE D’EUROPA ALL’INSEGNA DEL SEI

STORIE D’EUROPA ALL’INSEGNA DEL SEI

 INTERVISTA AD ALBERTO CARDINO SUL SUO LIBRO “6sei66 – QUATTRO VITE OLTRE IL NOVECENTO”

Parliamo del tuo libro: cosa racconta e quali peculiarità lo contraddistinguono.

6sei66 racconta di quattro storie di vita in Europa, accomunate dalla medesima data di nascita: il 6 Giugno 1966. Ritroviamo i quattro personaggi, in luoghi diversi del continente, al momento della nascita e, poi, ad intervalli di dieci anni fino a oggi. La peculiarità dell’opera sta nell’idea di una nascita contemporanea e dei suoi sviluppi ancorati al contesto storico in cui ciascun personaggio si ritrova a vivere. Un’altra particolarità da parte di un autore italiano è, probabilmente, l’ambientazione fuori dal nostro Paese, in città più o meno note d’Europa, comunque testimoni di avvenimenti assai significativi degli ultimi cinquant’anni (terrorismo, caduta del Muro, 11 settembre, migrazioni, ecc.). L’Italia, per la verità, compare spesso nel romanzo: non come snodo iniziale da cui le storie prendono piede bensì come luogo, per così dire, di elezione dei protagonisti, nel bene e nel male.

 

Quale dei tuoi personaggi ti è più caro e perché?

A Gustav, nato a Odense in Danimarca, sono particolarmente affezionato perché, pur vivendo esperienze tutto sommato ordinarie, è un personaggio che non teme di esprimere le proprie emozioni – l’affetto per una madre che l’ha cresciuto da sola, il dolore per la perdita dell’amore e l’ingenua speranza di averlo ritrovato – e di credere con forza nel valore e nella dignità delle persone. L’amore gli si è rivelato nella condivisione del viaggio, che però ha fatto emergere anche incertezze e inquietudini. Gustav è stato, infine, bravo a non pretendere quanto non poteva, e in fondo non voleva, avere. Come ha fatto lui (si vedrà verso la fine del romanzo), vorrei saper trasmettere anch’io ai miei figli la stessa coraggiosa ingenuità di fronte al mondo. Vorrei convincere me stesso e i miei figli che la fiducia nell’uomo, pur tradita troppo spesso, non va mai persa del tutto.

 

Ambientazione, descrizioni, caratterizzazione dei personaggi: quali di questi elementi (o di altri, nel caso) costituisce la matrice più marcata della tua impronta stilistica?

Sono poco capace di descrivere persone, cose e situazioni nei minimi dettagli: tendo, quindi, a evitarlo. Cerco invece di caratterizzare i personaggi sulla base del loro passato, delle esperienze vissute e del contesto spazio-temporale in cui si sono verificate. Il mio stile di scrittura non riesce a prescindere dall’ambientazione: pur se non costruisco un quadro storico accurato (spesso non ne sono in grado), mi pongo sempre l’obiettivo di inserire il personaggio nel suo tempo e nel suo spazio. Se mi accorgo di non riuscirci, cerco la maniera di farmi perdonare dal lettore ammettendo i miei limiti e sperando di convincerlo della mia “coraggiosa ingenuità”.

 

Si dice spesso che tutto è già stato scritto, e probabilmente è così. Quali peculiarità, pertanto, deve possedere un/una romanzo/raccolta/silloge per differenziarsi all’interno del panorama editoriale italiano e dimostrare, se non unicità, una propria e spiccata originalità?

A mio avviso, l’originalità di un romanzo non sta tanto nella trama quanto nel saper toccare corde dell’animo del lettore che ancora non sono state toccate. Questa emozione dipende, secondo me, dalla curiosità dell’autore rispetto all’oggetto della sua scrittura. E, contemporaneamente, dall’estrema semplicità e immediatezza con cui riesce a esprimere tale curiosità al suo lettore. Tra i complimenti che ho ricevuto per il libro, per me il più sorprendente, venuto da più di un lettore, è questo: leggendo il romanzo, mi sono ricordato dei periodi trattati e mi ci sono nuovamente immerso. La sorpresa deriva dal fatto che molte delle epoche di ambientazione del romanzo non le ho vissute personalmente: la mia scelta è stata, infatti, quella di affrontare il racconto di una generazione precedente alla mia. Se nonostante questo sono riuscito a risvegliare dei ricordi in chi invece c’era, per me questa è una grande soddisfazione che mi fa sentire, almeno per un attimo, un vero scrittore.

 

Qualcuno sostiene che si scrive per sé stessi. Cosa ne pensi tu? Quanto, mentre scrivi, il tuo pensiero è rivolto ai futuri lettori?

Non posso negare che scrivo, in parte, anche per me stesso. Scrivendo ripercorro la mia vita, i miei sogni, le mie paure. Questo non significa che io scriva della mia vita. Nei personaggi che tratteggio può esserci qualcosa di me o delle persone che ho conosciuto. Ma è anche forte il mio desiderio che i futuri lettori condividano il mondo e le situazioni che racconto. Parlo, in particolare, dei valori che mi guidano e di quelli, negativi, che vorrei ribaltare. Ma parlo anche del rispetto che voglio esercitare verso tutte le sensibilità. Credo, infatti, che i miei lettori meritino da parte mia ogni delicatezza. Magari possono non condividere alcuni presupposti o messaggi della mia narrazione, ma vorrei che sapessero che scrivo cercando il rispetto di chi mi legge. Ovviamente, a condizione che chi mi legge meriti il mio, di rispetto!

 

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