UN GIALLO ITALIANO DI ALESSANDRO VARALDO DEL 1933

UN GIALLO ITALIANO DI ALESSANDRO VARALDO DEL 1933

SU “MANGIALIBRI” UNA RECENSIONE DI CARLA COLLEDAN DI UN DIVERTENTE GIALLO IN VENDITA SULLA LIBRERIA ON LINE FENICEBOOKSTORE

A notte fonda, nella Roma del 1933, in giro per le strade c’è ben poca gente. In via Crespi in particolare, dove sta passando il detective Gino Arrighi, c’è solo una guardia notturna davanti a un portone, da cui provengono dei disperati miagolii. Dopo qualche considerazione sull’opportunità di negare alla micina i piaceri della carne, i due decidono di entrare (visto che la guardia ha le chiavi) e lasciarle dare libero sfogo agli istinti. Una volta entrati a cercare la micina (di cui hanno deciso arbitrariamente il sesso) alla luce della lanterna della guardia, seguendo i miagolii sempre più forti, invece di trovare la bestiolina, si trovano davanti ad un cadavere. Bisogna chiamare la polizia, bisogna capire chi sia l’uomo che giace in fondo alle scale e capire se è caduto o se invece qualcuno ha deciso che il suo tempo era finito. Arrighi – che in virtù del suo essere detective riesce a mantenere un po’ più di distacco – decide di rimanere sulla scena, mentre la guardia, sconvolta dalla scoperta, si adegua subito agli “ordini” di Arrighi. Intravedono una figura passare, fortunatamente si tratta di un centurione della milizia. I due decidono che essendo l’ultimo arrivato in divisa, costui ha più autorità nell’andare ad avvisare il commissariato spiegando che c’è stato un delitto. Rimasto solo col cadavere, l’Arrighi intravede una luce accendersi e subito spegnersi: chissà, forse l’assassino lo sta osservando. Al suo arrivo il medico conferma quello che Arrighi aveva già intuito e dato per accertato. Non si è trattato di caduta accidentale ma di omicidio…

Preceduto da un breve saggio di Francesco De Nicola sulle origini del giallo italiano, che spiega come il genere abbia faticato un po’ a prendere piede (ma non solo, è un bell’excursus completo), ecco in nuova edizione il romanzo di Alessandro Varaldo, datato 1933. Fu inserito da Mondadori nella sua celeberrima collana di gialli da edicola a seguito della disposizione del regime fascista che imponeva che almeno il 20% degli autori pubblicati in ogni collana editoriale fosse italiano. La scelta di Varaldo dipese in parte dal fatto che fosse un autore molto prolifico e tutto sommato con delle buone vendite, in parte dal numero tutto sommato esiguo di scrittori di genere operanti in Italia in quegli anni. Il giallo in sé, letto oggi, dopo quasi un secolo, onestamente non è granché accattivante. Forse dipende dall’età? È ben vero però che ci sono gialli anche più vecchi che mantengono intatto il fascino di quando sono stati scritti, se questione di abitudine o aspettative non saprei dire. Il linguaggio è vecchio, nel senso letterale del termine, quasi ottocentesco e infarcito di espressioni o locuzioni romanesche, lunghe per non dire lunghissime e minuziose descrizioni di ogni cosa, dagli abiti all’aspetto fisico dei personaggi (che sembrano moltiplicarsi all’infinito), agli arredi di ogni ambiente. Come i personaggi, anche i gatti persiani aumentano di numero, comparendo inaspettatamente in quasi ogni casa di chi è a vario titolo coinvolto nei fatti. La storia è ben architettata, meno curata l’indagine vera e propria che è un arzigogolato dipanarsi e re-ingarbugliarsi di intuizioni, deduzioni e pochissimi indizi concreti. Uno di quei gialli in cui volente o nolente devi affidarti all’investigatore e a quello che lui pensa, osservando la gatta persiana a cui si deve il titolo, e che da subito ha adottato.

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