UN LIBRO CHE NON DIMENTICHERO’

UN LIBRO CHE NON DIMENTICHERO’

Si tratta de IL BUIO NELL’OSCURITÀ di Riccardo Filograsso, edito da Florestano e in vendita su Fenicebookstore

 

di MARIELLA MEDEA SIVO

 

“Nascita non vuol dire felicità. La nascita è una culla vuota che si riempie, è una gemmazione acerba; la nascita ha una cruda fisicità: scorre il sangue e il neonato piange, il piccolo è già privo di qualcosa ed è appena venuto alla luce”. La parola “luce” contrasta fortemente con il titolo, Il buio nell’oscurità (uterino?), una espressione tautologica dal significato ridondante e ripetitivo per porre maggiore enfasi, evidentemente. Come sempre dico, da donna di scienza ho subito un approccio clinico con il libro, quasi fosse un paziente. Procedo con la prima fase dell’esame obiettivo, che è l’ispezione, soffermandomi sulla grafica della copertina, la quale, in questo caso, è tutta bianca con scritte in nero. Il bianco ed il nero sono i colori utilizzati nei momenti importanti dell’esistenza, nei momenti di trasformazione radicale, di cambiamento. Basti pensare al colore della veste battesimale, della Prima Comunione, del matrimonio, del lutto. La scelta di questi due colori non è, quindi, banale, casuale, ma si appella ad un immaginario estetico, simbolico, arcaico, mitico. La foto di copertina rappresenta un paesaggio scarno, nudo, essenziale, innevato. Anche in questo caso mi rifaccio alla simbologia del bianco che sembra avere una doppia valenza: può significare purezza, ma può significare anche morte. Tutti elementi che mi introducono alla lettura di una storia lacerante. Siamo negli anni Sessanta, in Sud Italia “di matriarcato antico e di ottusa supremazia maschile”. Il protagonista è Vittorio, un bambino fragile vegliato costantemente dalla sorellina Chiara, più piccola di due anni. Il padre è un funzionario delle Poste, la madre una studentessa di ragioneria che tale rimarrà a causa del matrimonio e delle subentranti maternità. Il rapporto tra i coniugi non è affatto sereno, anche in virtù di un ménage a trois con la mamma di lui, onnipresente e supervisore della gestione domestica. Il punto di rottura della storia coincide con la ribellione materna, ribellione che sovvertirà gli equilibri familiari. Un dettaglio non trascurabile è che i genitori di Vittorio e Chiara sono personaggi privi di nome proprio, quasi a voler rendere tangibile al lettore la loro non-presenza, fisica ma, soprattutto, affettiva. La costruzione del romanzo è molto particolare: è diviso in due parti, la prima con capitoli numerati in maniera crescente da zero a diciotto (si conclude con la ribellione materna); la seconda con capitoli numerati in maniera decrescente da diciassette a zero. Quasi a voler segnalare una sorta di evoluzione della storia e, poi, di successiva quanto inaspettata involuzione, di coartazione del rapporto di Vittorio e Chiara con la propria madre. Il tema principale di tutto il libro appare da subito l’anaffettività, che si manifesta come un blocco che si instaura dal punto di vista psicologico in riferimento ad un evento traumatico. L’autore scrive “Non si può cercare amore se non si sa che questo esiste”. Secondo Paolo Crepet, noto psicoterapeuta, le persone anaffettive muoiono anaffettive, l’amore somministrato a posteriori non cura le ferite dell’abbandono genitoriale. E, infatti, a Vittorio bastano l’affetto della sorella ed una innocua vita di relazioni sessuali per spegnersi pagina dopo pagina. Crescerà nella assoluta incapacità di amare di nuovo una donna che non sia sua madre. “Chi sei? Non sei tu, sei un pezzo di tua madre, sei il suo uovo, il suo cibo, i suoi ormoni; sei cresciuto in lei, come i suoi capelli, come la pelle delle sue ferite; hai succhiato il suo pollice. Sei stato avulso e hai pianto, ma devi tornare in lei, sei un pezzo di tua madre”. Ecco che la seconda parte del romanzo appare come un viaggio a ritroso, un voler recuperare la dimensione dell’oscurità uterina. Dal punto di vista strutturale e stilistico, Filograsso, da appassionato dei grandi romanzi massimalisti, utilizza ingredienti quali il modus enciclopedico di narrare, l’onniscienza narratoriale, l’immaginazione paranoica, l’impegno etico, quasi a voler trascinare nell’opera, in modo artigianale, tutto il disordine che c’è intorno nella speranza che, forzandolo in un contorno di parole, diventi in qualche modo leggibile, interpretabile. Ne deriva il cosiddetto “enciclopedismo”, che porta con sè l’autoinvestitura dell’autore a salvare il mondo, raccogliendoli pezzo per pezzo, come già Joyce nell’Ulisse, quando tentava di rendere un’immagine di Dublino talmente precisa e completa, da poterla ricostruire anche una volta rasa al suolo, solo basandosi sul suo libro. Un ruolo importante nel romanzo, dal punto di vista stilistico, ha la parola in tutta la polifonia del mondo reale: essa piega sintassi e lessico ad esigenze ritmiche precise. Filograsso utilizza vocaboli che, ormai, sopravvivono solo nel buio dell’oscurità dei dizionari, come fossero anziani problematici e non autosufficienti con cui più nessuno vuole avere a che fare. Termini come “resipiscenza”, “mutria”, “querimonie”, “bubolare”, “steganografico”,… sono tentativi ben riusciti di ridare dignità alla nostra lingua, impoverita sempre più dal linguaggio smart dei social che si fa apologeta della trasparenza comunicativa e della chiarezza espressiva. Concludo citando un filosofo e saggista francese contemporaneo, il quale sostiene che “se tutti possono capire subito ciò che voglio dire, non ho creato alcun contesto, ho meccanicamente risposto all’attesa, ed è tutto lì, anche se la gente applaude, e magari legge con piacere. Poi chiude il libro ed è finita”. Detto in modo complicato, il messaggio è: diffidate della semplicità! “Il libro è sempre memoria, anche quando non è piaciuto, e vivrà per questo, perché tu Lettore comunque ne parlerai”, scrive l’Autore nei ringraziamenti. Da lettrice, posso affermare tranquillamente che è un libro che mi ha fatto arrabbiare, innervosire, ma che mi ha avvinta nelle spire narrative e psicologiche sino alla fine, che mi ha regalato nuove parole da aggiungere al mio patrimonio lessicale. Un libro che non dimenticherò.

 

 

 

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